“Rivogliamo le nostre case”

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“Tutti i miei sacrifici sono qui. In questa casa. E ora, il terremoto si è portato via tutto. In un attimo. Ho 63 anni, sono in pensione, con una moglie e un figlio che va ancora a scuola, a carico. Non so come fare e nessuno mi dà risposte. Informazioni. Viviamo nella precarietà e siamo stanchi”. A parlare è Osvaldo Frappa che, al momento, vive in tenda a ridosso del campo sportivo di Fossoli. La palazzina nella quale viveva, insieme ad altre tre famiglie, costruita nel 1963, in via Fratelli Saguatti 3, è inagibile. “Il piano terra è completamente da rifare così come la scala”, continua. Tutti i muri sono infatti segnati da numerose crepe a ics, le stesse che connotano numerosi edifici della frazione. Ma al danno si somma anche la beffa: “dopo la verifica svolta dai Vigili del Fuoco abbiamo ricevuto una lettera nella quale il Comune di Carpi ci invita ad eseguire al più presto i lavori di messa in sicurezza e di consolidamento dell’edificio per scongiurare eventuali danni a terzi, poiché è nostra responsabilità civile e penale tutelare l’incolumità delle persone. Noi siamo pensionati – continua Osvaldo a cui fanno eco anche la sorella Elisabetta Frappa, 73 anni e il marito Giancarlo Piccolo di 72, che occupano un altro appartamento della palazzina – non abbiamo soldi e non sappiamo da che parte cominciare. Come dobbiamo muoverci? Siamo rovinati”. Martin Reies, altro proprietario dello stabile, è disperato quanto i suoi vicini: “sto ancora pagando il mutuo sulla casa. Cosa dovrei fare ora? Chiedere un altro finanziamento per rimettere tutto a posto?”. “E’ inaccettabile – prosegue Osvaldo – non possiamo essere noi ad accollarci tutte le spese per la rimessa in sicurezza. E lo Stato dov’è? Tutti i soldi delle donazioni, dove vanno a finire? Ho chiesto al Comune, alla Protezione Civile, nessuno dice nulla. Per ristrutturare tutto occorre una cifra enorme e i soldi chi ce li dà?”. Ed è proprio questo il punto: se gli sfollati non hanno nemmeno il denaro sufficiente per rimettere le case in sicurezza, chi lo farà al posto loro? Evidentemente nessuno. Per capirlo basta camminare per le vie della frazione dimenticata. Percorrendo via Mar Tirreno, tra le più piagate, a spiccare sono solo i cordoni bianchi e rossi posti dai Vigili del Fuoco intorno alle sei palazzine che si snodano, l’una dopo l’altra, completamente crepate. Nessun puntellamento le regge. E mentre le famiglie, a cui questo terremoto bastardo ha rubato case e speranza, incrociano le dita sperando che non arrivi la scossa che farebbe crollare, in un sol colpo, le proprie case, già profondamente ferite dalle scosse del 29 maggio, la Regione tace. Colpevole di non aver ancora emesso le linee guida per la ricostruzione. E questo ritardo gravissimo costituisce l’altro nervo scoperto. “Noi – spiega Marco Bianchi, residente in una palazzina inagibile, costruita nel 1999, sulla Statale Romana Nord – per evitare che la casa ci crollasse davanti agli occhi abbiamo immediatamente provveduto alla messa in sicurezza. Autonomamente ci siamo prodigati per trovare uno studio che si facesse carico del progetto e poi abbiamo contattato una ditta che si occupasse del conseguente puntellamento. Abbiamo speso 15mila euro per i lavori, a cui se ne sommano 800 per il progetto ingegneristico, che dovranno essere suddivisi tra 12 famiglie, tutte sfollate. Abbiamo persino provveduto a togliere, sempre a spese nostre i camini pericolanti, per tutelare l’incolumità degli operai, poiché il Comune ci ha risposto picche. Non essendoci infatti il rischio di crollo su un’area pubblica, ci hanno spiegato, la rimozione non era di loro competenza. Qualcuno ci risarcirà? Impossibile avere risposte, ma noi siamo stanchi di aspettare. Non c’è tempo da perdere”. Il dilemma ora è se riportare la casa alla condizione pre sisma o se provvedere invece a un adeguamento antisismico dell’intera struttura. “I costi che ci sono stati paventati sono altissimi. Occorrono dai 600 agli 800 euro al metro quadro per rendere antisismica la struttura e il 10% dell’importo totale costituirà il prezzo da corrispondere all’ingegnere come parcella. Noi siamo disposti a mettere a posto i nostri immobili ma ci occorrono risposte. Al più presto”. Cosa verrà rimborsato? Quale tipologia di intervento? “Saranno risarciti solo i ripristini o anche gli adeguamenti antisismici? Quando la Regione si degnerà di dettare le linee guida? Io sono esausto – continua Marco – ho vissuto in tenda per alcune settimane, ora sono ospite a Campogalliano per un paio di mesi, poi non so… E’ impossibile raccontare lo stress a cui si è sottoposti in questi momenti di incertezza e disagi. Io voglio tornare a casa mia, ma per farlo servono risposte certe e veloci, perchè l’inverno è alle porte e allora, cosa faremo? Che fine faranno gli sfollati? Non si può andare avanti in questo modo. E’ una vergogna”. “Siamo stanchi di vivere come zingari, sempre con una sporta in mano. Al caldo. Nelle tende. Le istituzioni si devono sbrigare”, incalza Elisabetta. E mentre Marco mi fa vedere le lesioni a croce di Sant’Andrea che punteggiano i muri portanti della casa e i segni che le scosse hanno impresso a sangue nel vano scale, lo sguardo cade sul giardino antistante la palazzina: qui “sta morendo tutto – mi dice – essendo inagibili ci hanno piombato acqua e gas. Non sappiamo come innaffiare le piante e il prato. A danni si sommano danni. Al denaro, altro denaro. Ho chiesto all’amministratore di ridarci l’acqua, in fondo questa è una situazione di emergenza, ma il Comune non ha previsto deroghe: per riavere l’acqua occorre l’agibilità. Non se ne esce più”. Un cane che si morde la coda. La gente è stanca. Dopo la paura, è giunta lei. La rabbia. Lecita più che mai. “Il Governo non dice l’entità dei rimborsi, la Regione non dà direttive. E noi? Io non vorrei starmene qui con le mani in mano, ma il rischio è quello di rimettere tutto a posto per niente. Ripristino la casa esattamente come prima, come se nulla fosse, come se non fossimo seduti su una bomba a orologeria. Poi, se viene un’altra scossa che mi riapre i muri, cosa faccio? Chi mi rimborsa, visto che lo Stato, casualmente, col decreto legge del 15 maggio 2012 (nominato Disposizioni urgenti per il riordino della protezione civile) si era già cautelato dicendo che non si sarebbe più accollato le spese di ricostruzione in caso di terremoto e calamità naturali? Sarà un caso che questo decreto sia sopraggiunto pochi giorni prima del disastro che ci ha colpiti… Che fosse un disastro annunciato, nonostante i sismologi continuino a dire che i terremoti non possono essere previsti? Resta il fatto che la prossima volta, a farsi carico delle spese di ricostruzione e ristrutturazione di case o aziende distrutte, saranno i singoli cittadini. Oggi, quindi, – conclude Marco Bianchi – io voglio tutelare me, la mia famiglia e il nostro futuro, capendo a quale tipo di lavori potremo dare il via libera per poter rendere le nostre case finalmente sicure e antisismiche (almeno al piano terra) e quale sarà la percentuale di rimborso che riceveremo”. I tempi stringono. La bella Emilia, l’operosa, l’efficiente Emilia, ha tradito le nostre aspettative. L’Aquila e i suoi mastodonti spiaggiati dopo tre anni dal violento terremoto che l’ha massacrata, sono lì. Ancora. Un monito al quale guardare per continuare a tenere alta l’attenzione e l’indignazione. Noi, quella fine, non vogliamo farla.
J.B.

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