“La nostra vita in alta quota”

Marcello Terzi, nato e cresciuto a Carpi, e Sara Perazzoli, originaria del mantovano, hanno lasciato la vita in pianura per trasferirsi a Civago, nel cuore dell'appennino Tosco-Emiliano, dove hanno rilevato il Rifugio Segheria e dicono: “la montagna è un luogo da proteggere e valorizzare”.

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Marcello Terzi e Sara Perazzoli

Aprire la finestra e vedere ogni giorno le pendici del Monte Prado, respirare l’aria della valle del fiume Dolo e bere l’acqua di sorgente. 

E’ la vita che hanno scelto di vivere da marzo 2020 Marcello Terzi, 38 anni, nato e cresciuto a Carpi e la sua compagna Sara Perazzoli, 39 anni, originaria di San Giovanni del Dosso in provincia di Mantova, rilevando il Rifugio Segheria di Civago, nel cuore dell’Abetina Reale, zona posta al confine tra l’Emilia-Romagna e la Toscana, a 1410 mt sul livello del mare.

Sara, come vi è venuta l’idea di rilevare un rifugio di montagna? 

“Marcello ed io coltiviamo da sempre il sogno di vivere il più possibile immersi nella natura. Per giunta, entrambi frequentiamo l’Appennino Reggiano da circa vent’anni, con una particolare predilezione per le zone della Val Dolo e della Val d’Ozola, contraddistinte da luoghi e persone che amiamo. Per questo motivo, una volta accumulata la necessaria esperienza lavorando per alcuni rifugi, abbiamo deciso di raggiungere il nostro obbiettivo con la gestione del Rifugio Segheria. Trasferita qui la nostra residenza, siamo ora ufficialmente le persone che vivono più in alto tra i nostri amati concittadini: gli abitanti di Civago di Villa Minozzo”. 

Com’è gestire un rifugio di montagna?

“Gestire un rifugio così isolato come il nostro non è facile. Mentre in estate le cose possono dirsi più semplici, le difficoltà iniziano intorno a ottobre. Quest’inverno si sono registrati quasi tre metri di neve e perciò abbiamo dovuto sin da subito fare i conti con i problemi legati alla salvaguardia della struttura. 

Un’altra difficoltà centrale dell’inverno sono le provviste. Anche se in primavera in pianura inizia già a fare caldo, per noi salire al rifugio con il 4×4 è ancora impossibile. In questo momento dell’anno, infatti, l’unico modo per raggiungere il Rifugio è la salita a piedi, percorrendo il sentiero CAI 605 che inizia presso Case di Civago e richiede quasi due ore di cammino. Proprio per questo, mercoledì scorso, abbiamo portato su tutto il necessario grazie all’aiuto di tre asini e un mulo, che da soli sono riusciti a spostare quasi 190 chili di cibo. Fonti certe ci dicono che da quando qualcuno ha portato viveri in quota con animali da trasporto sono passati circa trent’anni. Possiamo quindi dirci protagonisti di una piccola impresa storica, per la quale ringraziamo di cuore i nostri amici Massimo Montanari ed Eugenia Dallaglio dell’Asineria di Reggio Emilia, che hanno lavorato insieme a noi perché tutto questo fosse possibile”.

Come vi siete suddivisi i compiti all’interno del Rifugio? 

“Marcello si occupa della cucina ed è un grande esperto di carne e pasta fresca. Anche per questo, il nostro menù tutto casalingo propone carne di maiale, di manzo, selvaggina, polenta e tortelli freschi. Immancabili, ovviamente, polenta e funghi porcini del nostro Appennino!  Personalmente, ci impegniamo molto affinché tutte le nostre materie prime provengano dalle realtà del nostro territorio montano. Io, invece, mi occupo di tutta della gestione del bar, della sala e dell’accoglienza. Tutto questo non sarebbe possibile senza lo staff di ragazzi volenterosi che collabora con noi. I rifugi, infatti, sono strutture di riferimento per chi frequenta la montagna, e questo è possibile solo grazie a chi ci lavora ogni giorno con tanta fatica, ma anche passione e dedizione”. 

Progetti per il futuro?

“Ciò che ci prefiggiamo per il futuro è lavorare sempre al meglio e al massimo delle nostre capacità. Marcello ed io desideriamo far sì che sempre più persone possano visitare i territori meravigliosi in cui viviamo e lavoriamo. Ciò che ci sta più a cuore, al contempo, è sicuramente impegnarci nella sensibilizzazione verso un corretto approccio alla montagna, un ambiente delicatissimo che necessita di salvaguardia e protezione”.  

Chiara Sorrentino