I ritardi nel tracciamento e nella refertazione dei tamponi sta generando insofferenza spingendo alcuni a soluzioni fai da te

“Chi ha avuto contatti con un positivo non faccia di testa sua, non si rechi da un privato per sottoporsi a tampone se non è certo che quella struttura sia stata adeguatamente attrezzata. Il rischio, infatti, è quello di portare al suo interno un virus estremamente contagioso”, è questo l’appello di una carpigiana il cui padre si trova ora ricoverato nell’area subintensiva dell’Ospedale di Carpi.

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“Quando questo virus irrompe nella quotidianità di una famiglia è come se esplodesse una bomba. Ogni equilibrio viene infranto e la paura ti travolge”. A parlare è una carpigiana che, nei giorni scorsi, si è dovuta misurare, come tanti altri in città, con il Covid 19.
Tutto è cominciato quando la nonna 95enne ha iniziato, tra le pareti della sua casa, a non sentirsi bene ed è stata ricoverata in Medicina 1, ora Area dedicata ai pazienti Covid positivi, all’Ospedale Ramazzini di Carpi. “Non appena è stata accertata la positività di mia nonna, i suoi due figli, – racconta – mio padre e mio zio, si sono immediatamente posti in isolamento”.
Nonostante i due fossero in sorveglianza attiva dal venerdì sera, il lunedì non erano ancora stati contattati dall’Ausl, “immagina il loro stato d’animo e la nostra preoccupazione… mi sono quindi attaccata al telefono per parlare con qualcuno del Dipartimento di sanità pubblica e segnalarli entrambi come contatti diretti di una persona malata per capire cosa fare. Le linee sono sempre intasate, se chiami alle 7,50 del mattino la segreteria non è ancora attiva e alle 8 spaccate hai già 28 persone davanti ma non importa, ti fai il segno della croce e aspetti oltre un’ora il tuo turno perché hai bisogno di informazioni”. Finalmente il martedì pomeriggio la signora viene ricontattata ma le risposte ricevute non sono delle più incoraggianti: se non hai sintomi non è previsto il tampone e non c’è sufficiente personale per richiamare gli asintomatici due volte al giorno, come da protocollo, per verificare l’eventuale insorgenza di sintomi, come accadeva invece durante la prima ondata epidemica. L’unica indicazione è quella di restare a casa. “Dopo aver spiegato che mio zio aveva prenotato un tampone a pagamento per tutta la sua famiglia, decisione che violerebbe il divieto di non uscire, il medico, peraltro gentilissimo, mi ha detto che mi avrebbe richiamata per darmi ulteriori indicazioni”.
Una chiamata che sancisce l’impossibilità per chi è in sorveglianza attiva e pertanto potenzialmente positivo di recarsi in un laboratorio privato per sottoporsi a tampone a meno che tale struttura non si sia attrezzata, attraverso l’organizzazioni di percorsi ben separati onde evitare di favorire il contagio. “Avevo il morale a terra – spiega la nostra concittadina – anche perché nel frattempo mio papà aveva iniziato a mostrare qualche sintomo ma a quel punto il medico ha inserito in lista per il tampone al Drive Trough sia mio padre che mio zio”.
Il sabato l’esito – che sarà positivo per entrambi – non è ancora arrivato ma mentre lo zio è completamente asintomatico, il papà settantenne si aggrava all’improvviso, la febbre schizza a 39 e la saturazione a 88: “abbiamo subito chiamato il 118 e mio padre è stato ricoverato nell’area subintensiva dell’Ospedale di Carpi, allestita in Medicina d’Urgenza. Ora indossa per molte ore il Casco CPAP che lo aiuta a respirare ma pare rispondere bene alle cure”.
I ritardi nello studio epidemiologico, nel tracciamento dei contatti e nella refertazione dei tamponi sta generando insofferenza e panico tra i cittadini spingendone alcuni a soluzioni fai da te. L’appello di questa figlia è chiaro: “i numeri dei contagi crescono, l’Ausl è strozzata e i tempi si dilatano ma per il bene della salute pubblica occorre rispettare le regole. Chi ha avuto contatti con un positivo non faccia di testa sua, non si rechi da un privato per sottoporsi a tampone se non è certo che quella struttura sia stata adeguatamente attrezzata. Il rischio, infatti, è quello di portare al suo interno un virus estremamente contagioso. Non sono una persona paziente, questo iter mi ha innervosita e avvilita, ma se non si perde la testa e non si molla, dall’altra parte del filo si trovano persone che ascoltano e comprendono la nostra paura”.
Intanto la nonna 95enne, ancora lucidissima, tiene duro: “è stata trasferita all’OsCo (Ospedale di Comunità) di Novi di Modena, forse in Medicina 1 non c’erano più letti disponibili… Sono comunque certa – conclude la nipote – che se sapesse di aver lasciato il posto a una persona più giovane ne sarebbe felice e soprattutto so che l’unica cosa che desidera è che suo figlio guarisca. E’ dura stare lontana da lei e da mio padre, siamo una famiglia molto unita e amiamo fare tutto insieme ma, insieme, affronteremo anche questa prova”.
Jessica Bianchi