Come sarebbe un mondo senza api?

I cambiamenti climatici e l’inquinamento delle città e delle campagne stanno drammaticamente modificando il mondo delle api, soprattutto quelle selvatiche. Vero e proprio termometro per la salute della terra, questi preziosi insetti, sono alleati da difendere strenuamente, perché un mondo senza api è pressoché impensabile come spiega la biologa ed entomologa Elisa Monterastelli.

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I cambiamenti climatici e l’inquinamento delle città e delle campagne stanno drammaticamente modificando il mondo delle api, soprattutto quelle selvatiche. Vero e proprio termometro per la salute della terra, questi preziosi insetti, sono alleati da difendere strenuamente, perché un mondo senza api è pressoché impensabile. “Se visualizziamo nella nostra mente farfalle o uccelli, ciascuno di noi pensa a forme e colori differenti ma la maggior parte delle persone se dovesse descrivere un’ape probabilmente avrebbe davanti soltanto l’immagine dell’Ape Maia, quella dei cartoni animati per intenderci. In realtà – spiega la biologa ed entomologa Elisa Monterastelli, facente parte del Gruppo Modenese di Scienze Naturali, organizzatore dell’evento EntoModena –  il mondo delle api è molto più complesso: esistono innumerevoli altre specie selvatiche oltre a quella allevata da miele e sono quelle maggiormente in pericolo. Una biodiversità straordinaria, basti pensare che gli Apoidei sono una superfamiglia di imenotteri che raggruppa circa 20mila specie nel mondo, di cui un migliaio solo nel nostro Paese”.

Il tasso di estinzione degli insetti è otto volte più rapido di quello di mammiferi, uccelli e rettili. Ogni anno ne perdiamo il 2,5%. Più del 40% degli insetti sono in declino e un terzo è già concretamente in pericolo. A destare particolare preoccupazione è la scomparsa degli impollinatori. Dottoressa, qual è la loro utilità?

“L’’impollinazione non è un’attività virtuosa degli insetti come ci hanno insegnato da piccoli, in realtà è un atto inconsapevole. Le api e gli altri impollinatori, come i coleotteri, alcune mosche o le farfalle, svolgono questa attività nel momento in cui si posano sul fiore per procacciarsi nutrimento. La scomparsa di tali insetti sarebbe una catastrofe poiché comporterebbe la fine di tale processo e questo vorrebbe dire niente più frutta e verdura ma non solo. L’erba medica, ad esempio, elemento principe nell’alimentazione dei bovini, esiste grazie all’opera degli impollinatori senza questo tipo di foraggio si spezzerebbe la catena alimentare e di conseguenza, senza bovini, non avremmo più il latte e i suoi derivati nè, tantomeno, la carne. E questi sono solo alcune potenziali ripercussioni”.

Salvaguardare le api, infatti, è fondamentale per la Natura e per la stessa sussistenza dell’uomo, perché un mondo senza questi insetti sarebbe destinato alla rovina. “Se un giorno le api dovessero scomparire, all’uomo resterebbero soltanto quattro anni di vita”, teorizzava Albert Einstein.  E’ davvero così? 

“Pare che Albert Einstein non abbia mai pronunciato questa frase e che gli sia stata attribuita solo come trovata commerciale ma in questa affermazione c’è senza dubbio un fondo di verità. Non credo che tale scenario apocalittico potrebbe consumarsi in un lasso di tempo tanto ridotto ma certamente nell’arco di dieci, vent’anni, l’uomo potrebbe dover fare i conti con una profonda carenza di cibo. Uno stato che potrebbe a sua volta generare patologie e disordini sociali”.

Cos’è la sindrome dello spopolamento degli alveari? E a cos’è imputabile?

“Questa problematica si è evidenziata perlopiù tra le api da miele allevate mentre non sappiamo con certezza cosa succede nelle colonie selvatiche poiché non vi sono delle osservazioni puntuali su tali popolazioni. Io però suppongo che anche loro subiscano la medesima sorte dal momento che, ad oggi, tra le concause di questo fenomeno vi sono lo stress legato al cambiamento climatico, l’impiego massivo di insetticidi, pesticidi, funghicidi ed erbicidi in agricoltura e alcune patologie nuove per le api legate, ad esempio, all’arrivo anche in Europa dell’acaro Varroa. Anche alcune pratiche apistiche non contribuiscono certo al benessere di questi preziosi insetti: negli Stati Uniti, infatti, la visione molto antropocentrica del servizio ecosistemico dell’impollinazione spinge gli apicoltori a far viaggiare le api per tutto il Paese senza curarsi dei loro tempi e bisogni sottoponendole a uno stress che le mette a dura prova. Tantissime muoiono ma questo tipo di apicoltura considera l’ape una sorta di oggetto usa e getta: gli costa meno ricostituire nuove famiglie anziché accudirle per tutto l’inverno”.

Tale fenomeno è irreversibile? Come si potrebbe correre ai ripari?

“Di certo per correre ai ripari si potrebbe iniziare con l’eliminare alcuni ingredienti di questo mix esplosivo, adottando ad esempio buone pratiche apistiche e ricorrendo meno alla chimica in agricoltura. Purtroppo il problema della sindrome dello spopolamento degli alveari non è di facile soluzione poiché non è ancora chiaro quale causa abbia più peso nel provocarla”.

L’agricoltura biologica potrebbe essere una risposta utile e perseguibile per tutelare gli insetti impollinatori?

“Credo che il divieto a priori dell’uso della chimica in agricoltura non sia perseguibile quindi rilancio un’altra pratica virtuosa, ovvero la lotta integrata. Di certo il volto dell’agricoltura deve cambiare, adottando buone pratiche di gestione. Campi meno estensivi, piantumazione di siepi dalle diverse fioriture tra un appezzamento e altro che fungano da aree di rifugio e nidificazione per gli insetti utili, l’impiego di antagonisti naturali… insomma l’uso dei pesticidi dev’essere considerato l’ultima ratio”.

Come ciascuno di noi può dare un contributo al benessere di questi insetti? 

“La città, dominata dal cemento, per le api è una sorta di mega labirinto ecco perché dovremmo impegnarci nel cercare di abbattere queste barriere, creando dei corridoi verdi e fioriti, garantendo così una sorta di continuità con la campagna. Ognuno di noi nel suo piccolo può fare qualcosa. Per esempio offrendo alle api il nutrimento di cui necessitano. Come? Piantando sul nostro balcone o nel nostro giardino piante autoctone fiorite, erbe aromatiche, lavanda… O, ancora, posizionando per le api solitarie i cosiddetti BeeHotel, casette di legno da realizzare facilmente a casa, in cui pochi esemplari potranno trovare rifugio, senza che voi facciate nulla, e fare il nido. Il mio consiglio è quello di realizzarli homemade, magari coinvolgendo i vostri bambini, ci sono tanti tutorial in Rete, poiché il legno di quelli in commercio è trattato per durare a lungo e potrebbe rivelarsi velenoso per le delicate larve”.

Jessica Bianchi