Non più terzo ma primo settore

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Sabato 18 novembre si terrà, presso l’Auditorium della Biblioteca Loria di Carpi, un convegno sulla riforma del Terzo settore, promosso da Centro Servizi per il Volontariato di Modena, Forum Provinciale del Terzo Settore e Fondazione Casa del Volontariato. Tra i promotori della nuova normativa vi è il parlamentare carpigiano Edoardo Patriarca.
Onorevole, quali sono i punti forti e l’impianto della riforma?
“Intanto lasciatemi dire che era attesa da decenni. Dalla fine degli Anni ’80 la regolamentazione si era sviluppata per settori – dalla cooperazione internazionale a quella sociale, dal volontariato alla promozione sociale, per fare qualche esempio – tra loro spesso divergenti, soprattutto sul fronte fiscale. Si avvertiva la mancanza di una cornice unitaria che desse al settore maggiore chiarezza sul fronte civilistico e fiscale, ma soprattutto offrisse una base solida su cui crescere. Tra le parole chiave, richiamerei quella di sussidiarietà circolare, che chiama il Terzo settore e le pubbliche amministrazioni a una rinnovata responsabilità condivisa nella gestione dei beni comuni. Si supera la logica dell’uso emergenziale del volontariato e si entra in una reale coprogettazione delle politiche. Si riconosce insomma il Terzo Settore come soggetto pubblico a tutto tondo, di diritto privato ma con una vocazione orientata alla promozione e alla cura dell’interesse generale. Per la prima volta abbiamo definito in una legge cosa intendiamo per terzo settore, ampliato i suoi campi d’intervento, dalla solidarietà alla promozione culturale, dal turismo sociale al socio sanitario… In virtù di questo riconoscimento pubblico, da una parte proponiamo una fiscalità innovativa e promozionale, dall’altro chiediamo trasparenza, capacità di rendere conto alla comunità, democrazia interna e partecipazione, legalità senza se e senza ma, il “lasciarsi misurare” il bene che si è fatto, in termini di impatto sociale”.
Cosa cambia per le associazioni?
“Anzitutto uno sforzo per ricollocarsi dentro la norma, rivendendo  i propri statuti e regolamenti, così da iscriversi al registro nazionale e dunque accedere a tutte le agevolazioni, soprattutto fiscali, che la norma prevede (iva, 5 per mille, social bond, detrazioni/deduzioni sulle  donazioni), per potersi convenzionare con le pubbliche amministrazioni, per partecipare a bandi pubblici se si è impresa sociale, per assumere più facilmente personalità giuridica. Il legislatore ha messo in campo una buona piattaforma che attende di essere praticata. Se si rimane chiusi  nel proprio cortile, senza riuscire a mettersi insieme e superando un’inutile frammentazione, la norma servirà a ben poco”.
Cosa non si è riusciti a realizzare?
“A me pare che abbiamo approvato un buon testo. Forse si poteva mettere le mani al Codice civile con maggiore coraggio, introducendo meno norme regolamentari sul fronte civilistico che rischiano di appesantire soprattutto le piccole organizzazioni, che potrebbero così decidere di star fuori dal terzo settore”.
Si parla di crisi del volontariato, soprattutto rispetto al tema del ricambio generazionale: che passi avanti dovranno fare i volontari per far fronte a una società in rapido cambiamento?
“Mi paiono due le direzioni da percorrere: non rinunciare a proporre alla popolazione più adulta il volontariato non solo come un fare, ma soprattutto come esperienza di amicizia, condivisione, reciprocità; la seconda frontiera è quella giovanile: occorre saperli coinvolgere, rivedere i modelli organizzativi, essere aperti all’ascolto, passare la mano, proporre buone esperienze di servizio civile, un rapporto più efficace con la scuola, far vivere un’autentica esperienza di comunità con momenti di condivisione  e festa”.
La politica – per non parlare del mondo economico – ha sempre vissuto in maniera ambivalente la presenza e il ruolo del volontariato nel Paese. Ha l’impressione che questo atteggiamento stia cambiando?
“Penso che si stia aprendo una nuova stagione poco raccontata. Giro l’Italia da anni e potrei raccontare le cose belle che ho visto, a livello locale soprattutto, nei rapporti tra politica e terzo settore, e anche con le imprese. Penso al volontariato d’impresa, alle società benefit, al welfare aziendale, alla presenza di imprese profit in quelle sociali, in cui gli imprenditori non sono soltanto benefattori, ma si rendono parte attiva del progetto”.
L’impresa sociale può dunque rappresentare uno strumento serio per ripensare il nostro modo di fare economia?
“Ne sono profondamente convinto. E andrebbe promossa soprattutto tra i giovani, senza guardarla con sospetto, una sorta di tradimento del valore della gratuità e della solidarietà. L’impresa è l’invenzione degli uomini per gestire l’economia e l’attività di produzione di beni e servizi: vale anche nel sociale, un settore in espansione, con notevoli potenzialità occupazionali. Se non si comprende questo, il Terzo settore sarà sempre un valore a lato nelle logiche di mercato, che verrà occupato solamente dalle poche aziende pubbliche rimaste e dal privato profit. Un dualismo che nella riforma vogliamo combattere proprio per rendere l’economia più civile, democratica e partecipata. Senza alcuna commistione con il volontariato e l’associazionismo, che devono rimanere attività gratuite”.
Come sarà il volontario del 2030?
“Considerato l’andamento demografico, non potrà che essere adulto; e giovanile, soprattutto vocato alla promozione di attività culturali e internazionali, attento ad ambiente e diritti. Lo immagino più consapevole del proprio ruolo, più capace di essere non più terzo ma primo nella costruzione di una società maggiormente fraterna. Senza volontariato, il futuro sarebbe arido e povero di relazioni. Un avvenire fosco, di progressivo declino”.
Il Decreto Minniti, seppur dettato da motivi oggettivi, ha però generato non pochi problemi per le associazioni, soprattutto quelle medio/piccole, rispetto all’organizzazione di alcuni eventi che, come spesso avviene, rappresentano una necessaria boccata d’ossigeno, anche in termini di raccolta fondi, per le associazioni stesse. Cosa ne pensa?
“Può accadere che la politica si faccia prendere dalla cultura dell’emergenza: siamo sempre in emergenza, tutto è emergenza. E ciò impedisce di essere lungimiranti, di compere scelte meno affrettate, più soppesate nel valutarne le conseguenze, meno propense a cavalcare la pancia del Paese. Ecco, penso che alcune decisioni andrebbero riviste. Anche sul fronte dell’accoglienza dei profughi”.
Marcello Marchesini

 

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