“Smettere di fare il giornalista è impossibile”

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Dopo la grande avventura, da protagonista, della nascita e dell’affermazione delle “radio libere”, dopo venticinque anni sulle frequenze di Radio Rai, alla guida di numerosi e prestigiosi programmi, il giornalista carpigiano Ruggero Po, classe 1952, lascia l’emittenza pubblica per intraprendere una nuova e affascinante avventura. “Smettere di fare il giornalista è impossibile”, ammette Ruggero Po ma, dopo quarantacinque anni passati davanti a un microfono, a raccontare la storia del nostro Paese attraverso la voce dei protagonisti, a solleticarlo sono ora altre sfide. Prima fra tutte quella della scrittura. 

Ruggero, ricordi cos’hai provato la prima volta che ti sei trovato davanti a un microfono?

“Perfettamente. Fu durante le vacanze di Natale del ’68 quando strappai ai miei genitori il passaporto e il permesso di andare a Capodistria per conoscere i conduttori del mio programma radiofonico preferito. Mi accolsero oltre ogni mia aspettativa e mi trascinarono in studio per intervistarmi e farmi lanciare la mia canzone del momento. Bocca asciuttissima e piacere profondo. Di lì a sei mesi feci il primo programma sempre da loro. Avevo diciassette anni”. 

Quale ricordi conservi di Radio Bruno?

“La soddisfazione di lavorare a qualcosa che avrebbe rivoluzionato la radiofonia italiana con la rottura del monopolio Rai. Ricordo le interminabili dirette con Carta Bianca, il programma di discussione con gli ascoltatori dell’attualità. Ero in onda il giorno del rapimento di Aldo Moro. A Radio Bruno, inoltre, mi divertivo molto anche a condurre i programmi musicali: a me venivano affidati quelli di “revival” e quelli di canzoni italiane. Esperienza che successivamente abbandonai definitivamente e che rimpiango sempre un poco”.

Come è stato il passaggio dalla vita di provincia a Roma?

“Senza problemi. Preferisco la metropoli al paese e vivere tra Monteverde e Trastevere, nei miei quarant’anni, fu davvero bello. Erano gli Anni ‘90 e Roma era molto meglio di ciò che è diventata oggi. Da una decina di anni sono andato a vivere in campagna, sempre e comunque a meno di un’ora di macchina da San Pietro”.

Che legame conservi con Carpi?

“La lingua soprattutto. Il dialetto è la radice più profonda e io non ho mai smesso di pensare in dialetto carpigiano. A Carpi torno molto raramente, ultimamente meno di una volta l’anno, ma i social mi permettono di esserci ogni giorno e di ritrovare i miei amici di sempre”.

Qual è l’avventura più bella che hai vissuto a Radio1?

“Semplicemente non ricordo momenti brutti. A Radio1 ho fatto tutto ciò che a un giornalista è dato fare. Ho condotto i programmi storici Radio Anch’Io e Zapping e ne ho inaugurati altri molto longevi come Baobab e La notte dei Misteri. Radio1 è stata un’unica lunga avventura anche se per un irrequieto del lavoro come me, dopo 25 anni, è arrivato il momento di cambiare”.

Per anni hai raccontato l’Italia, quale intervista, tra le tante fatte, ti ha segnato maggiormente nel bene o nel male?

“La prima trasferta non si dimentica mai. Fu quando arrivai, per la prima volta, a Radio Rai nel programma 3131. Mi consegnarono la lettera di un prete palermitano e mi dissero “vai, vedi perché si lamenta e racconta”. In quell’occasione l’Italia scoprì il degrado dello Zen, un posto tale e quale a ciò che Gomorra racconta oggi delle Vele. Stesso panorama, stesso ambiente. Ne uscì una diretta da pugno allo stomaco. Per me fu la prima stelletta”.

Il personaggio più affascinante che hai intervistato?

“Raramente mi emoziona trovarmi davanti a un qualsiasi big benché abbia intervistato vari capi di stato. Seduto di fianco a Lech Walesa, mio ospite a Radio Anch’Io, mi capitò di pensare Cacchio. Sono seduto di fianco alla storia”.

Il più imbarazzante?

“Nessuno. E comunque non lo direi mai…”.

La Rete ha mutato profondamente il volto del mass media classici, radio compresa. Quale credi sarà il futuro del mezzo radiofonico?

“Ritengo che la radio sia insostituibile, in qualsiasi stagione. A prescindere che sia veicolata da un’effe-emme o da un pacchetto dati. Fino a quando ci saranno automobili ci sarà una radio. E anche a casa è difficile rinunciarvi”.

Qual è a tuo parere la forza della Radio?

“L’imperscrutabilità di una semplice voce. Una volta si sarebbe detto l’immediatezza. Oggi con Twitter e compagnia non è più vero”.

Ami i social network?

“Totalmente. Li frequento e li sfrutto. Curo maniacalmente i miei due profili Facebook e quello Twitter”.

La scorsa settimana è terminata la tua esperienza ai microfoni di Radio Rai. Appendi cuffia e microfono al chiodo o stai per avventurarti in nuove strade?

“Smettere di fare il giornalista è impossibile. Ora mi appresto a scrivere un libro su come si fa, e soprattutto come ho fatto io attraverso cinque decenni, la radio. Successivamente andrò a presentarlo in eventi pubblici, aule scolastiche e universitarie. Nel frattempo valuto qualche proposta che già c’è di tornare in pista con qualche programma radiofonico o televisivo. Never say never. Di certo non vedo chiodi a cui appendere nulla”.

Jessica Bianchi

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