“La parola è una corda tesa tra chi scrive e chi legge”

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Essere vivi davvero, è un’arte che s’impara col tempo. Servono anni e distacchi, intuizioni e delusioni, per capire che non si può creare senza distruggere, e che la felicità senza il suo opposto è una bugia. Essere vivi è il titolo dell’ultimo romanzo della scrittrice, regista e drammaturga Cristina Comencini. Un romanzo palpitante. Forte. Intimo. L’incontro di due solitudini che si afferrano. Si riconoscono. Una storia intensa, un percorso umano toccante che porta dentro di sé il peso di vite spezzate, alla ricerca di occhi che possano comprendere. Di mani che possono accarezzare e curare l’anima.
Qual è il libro del suo cuore?
“Sono molti, forse quello che mi ha sconvolto maggiormente è stato Alla ricerca del tempo perduto (À la recherche du temps perdu)  di Marcel Proust. L’ho letto la prima volta da ragazza e poi, nuovamente, da adulta: è davvero un libro che definirei capitale”.
Quale libro c’è ora sul suo comodino?
“Ho appena terminato La scuola cattolica di Edoardo Albinati, un libro importante. Ora ho iniziato un altro libro fiume: La morte del padre del norvegese Karl Ove Knausgård”.
Cosa rappresenta per lei la scrittura?
“Quando sei giovane senti crescere dentro la voglia di scrivere pur senza sapere se sarai davvero in grado di farlo. Poi, a un certo punto, succede che non puoi più farne a meno. La scrittura per me è una forma di racconto. Una sorta di elaborazione  intima e personale. A volte scrivere è faticoso, complesso ma, nonostante tutto, necessario”.
Essere Vivi è il titolo del suo nuovo romanzo: ricorrente il tema delle origini. Dell’infanzia. Come è stata la sua?
“La mia è stata un’infanzia selvaggia. Bellissima. Vivevo in una casa con un grande giardino, alle porte di Roma, ero una bimba poco studiosa, amavo giocare all’aperto. Faticavo a seguire le regole e, almeno nella mia prima infanzia, i miei genitori mi hanno lasciata vivere in grande libertà. Ho sempre avuto un rapporto fortissimo con la natura”.
Cos’è a suo parere la felicità?
“Non è certo l’essere vivi, ovvero la sensazione di essere qui, portandosi dietro il prezzo di tutte le nostre numerose vite. Solo da bambini la felicità è una sorta di stato dei sensi: si è felici di stare al mondo. Così. Semplicemente. Bastano un albero di mele e un cane per sentirsi bene. La felicità, però, non dura certo per sempre. A tratti ci fa sentire inebriati, attraversati da una contentezza profonda… è una cosa bellissima che va e viene”.
Fu Natalia Ginzburg a scoprirla come scrittrice. Un onore straordinario…
“E’ vero, le mandai il mio secondo romanzo. Non avrei mai pensato che mi rispondesse e invece mi invitò a casa sua per confrontarsi con me e aiutarmi a migliorare il testo. Una cosa rarissima. Ho avuto l’occasione e la fortuna di conoscere una donna speciale. Una persona preziosa”.
E’ più potente la parola o l’immagine?
“Credo che la parola potenza descriva maggiormente un’immagine. Le immagini sono in grado di produrre e stimolare pensieri in coloro che osservano. In un certo senso oserei definirle onnipotenti. Ti investono con forza. Qualche volta ti restano dentro, altre volte ti attraversano senza lasciare traccia. La parola, al contrario, crea relazione, emozione, comprensione: è sempre una sorta di corda tesa tra due persone, tra chi scrive e chi legge. La parola è dotata di grande pazienza, perché costruisce a poco a poco un edificio molto saldo. Che resta. Sono due modi di guardare il mondo in modo completamente differente. Spesso, parole e immagini si intersecano: d’altronde ogni scrittore è anche spettatore e chi fa immagine è a sua volta un lettore”.
Il suo ultimo romanzo è costruito con una compiutezza quasi cinematografica, le scene si susseguono in un’attentissima pittura di luoghi e immagini. Come il suo lavoro di regista influenza la scrittura?
“L’influenza è sicuramente inconsapevole. Quando comincio a scrivere un libro so che quelle pagine diverranno un romanzo perché non so come la storia si svolgerà…
Certo vedo e sento i personaggi, ma la scrittura procede lentamente. In autonomia quasi. Devi essere disposta ad accettare il vuoto, alle volte devi stare ferma e aspettare. Ci sono mattine che ti viene una pagina, altre niente. Un soggetto cinematografico, invece, è tutta un’altra cosa. Quando scrivi una sceneggiatura ti confronti, discuti, fai un lavoro di equipe”.
Scrivere è un atto che si consuma in solitudine. Le pesa o, al contrario, lo vive come uno spazio di libertà?
“Qualche volta quando riesci a riportare sulla pagina ciò che hai nel cuore, nelle dita e nella mente ci si sente molto felici e realizzati. Ci si sente liberi, pare quasi di volare. Altri momenti, invece, sono pesanti, difficili. Pare che tutto ti sfugga via. Come nella vita. Occorre esercitare grande pazienza”.  
Jessica Bianchi

 

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