Il virus dell’odio è contagioso

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Lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, meglio noto con la sigla Isis, da un paio d’anni sta combattendo la guerra civile in Siria contro il presidente sciita Bashar al Assad, e da qualche mese ha cominciato a essere tristemente noto, all’opinione pubblica occidentale, per l’efferatezza delle proprie azioni, utilizzando metodi talmente violenti – nei confronti non soltanto dei cristiani o degli sciiti presenti nella regione, ma anche dei gruppi sunniti più moderati – che persino  al Qaida, l’organizzazione terroristica fondata da Bin Laden, ne ha preso le distanze. I suoi leader vogliono istituire un califfato e l’avanzata delle sue truppe è stata tanto rapida quanto traumatica, portandosi dietro una scia di morte e devastazione tali da far inorridire anche gran parte del mondo islamico. A tal proposito pare, almeno ad ascoltare cosa ne pensano alcuni membri della comunità musulmana delle Terre d’Argine, che i metodi e gli obiettivi dell’Isis destino sconcerto e riprovazione anche tra i musulmani residenti nelle nostre zone. Netta, a questo proposito, la condanna di Iqbal Shah, di origini pakistane e rappresentante carpigiano dell’associazione Minhaj-Ul-Quran (La Retta Via): “i membri dell’Isis spengono, sprecandole, le esistenze di tanti esseri umani, che per noi sono tutte preziose. Il nostro fondatore ci ha insegnato che l’Islam impone di rispettare la vita in quanto tale, a prescindere dalla fede. Trovo le azioni compiute da questo gruppo a tal punto aberranti da essere sicuro che non si tratti di veri musulmani”. Certo, uscire da questa spirale di violenza non è semplice: “gli abitanti del Medio Oriente, le persone comuni, le donne, i bambini, non vogliono altro che vivere in pace, tranquillità e sicurezza. Come tutti. Allora bisognerebbe chiedersi a chi conviene questa situazione? C’è qualcuno che da questo caos trae giovamento? Di chi è la responsabilità? Rispondere a questa domanda mi pare fondamentale per riuscire a trovare la strada giusta, quella della pace”. La cieca violenza utilizzata dalle truppe dell’Isis (non ultime le raccapriccianti esecuzioni riprese a beneficio delle telecamere) non lascia indifferente neppure Zohra Kharoufi, esponente della comunità marocchina: “qualche giorno fa ho visto su Al Jazeera alcune immagini dei combattimenti e dei profughi in fuga, devo ammettere di non essere riuscita a trattenere le lacrime. Come si può far del male a dei bambini? Che colpa possono mai avere le donne?”. Anche per lei, le azioni dell’Isis pongono chi le compie al di fuori del mondo musulmano: “l’Islam non dice di uccidere, sono queste persone che scelgono di interpretare il Corano come gli torna comodo”. Seppur concorde nell’idea che l’Isis vada fermata al più presto, Zohra invita alla cautela circa i mezzi per raggiungere tale scopo: “dovrebbe intervenire la Turchia, che è lo stato a maggioranza musulmana più forte e maggiormente interessato, magari supportata da altre potenze. Se gli Stati Uniti scegliessero di impegnarsi direttamente in un conflitto aperto rischierebbero di creare, come ci insegna il passato recente, più confusione che altro”. Ma ci potrà mai essere pace, in quelle zone del mondo così turbolente e travagliate? Su questo Zohra non ha dubbi: “non fino a quando esisterà una grande povertà. Prima di tutto occorre porre rimedio a quella, e alla fame, che sono i due maggiori generatori d’odio esistenti”. Impegnate in prima linea a combattere i soldati dell’Isis, hanno destato molta attenzione le donne curde, guerrigliere capaci di imbracciare le armi, al pari degli uomini, per difendere il proprio popolo. Un segnale interessante e un messaggio a un mondo islamico troppo spesso abituato a pensare alla donna in termini di inferiorità e sottomissione. La pensa così la pachistana Nosheen Ilyas, dell’associazione Labbaik: “vedere le donne curde scendere in campo è stata un’emozione e noi dobbiamo aiutarle in tutti i modi, e lo faremo. L’Isis mi spaventa proprio in quanto musulmana, perché la mia religione dice tutto il contrario di ciò che fa il gruppo. Non sono veri credenti, utilizzano il nome dell’Islam per spaventare, come hanno fatto tutti i terroristi di questi anni, nascondendo in realtà interessi politici personali. Bisogna seguire le parole del Profeta (Maometto), ma come può avvenire questo, se molti non hanno neppure letto il Corano? Per quanto riguarda l’Europa, occorre organizzare più dibattiti e momenti di confronto, sia per spiegare ai nostri figli che l’Islam è una religione pacifica, sia per far dialogare credenti di fedi diverse, altrimenti il rischio concreto è quello che ogni musulmano sia scambiato per un terrorista o una potenziale minaccia”. Mudni Salah sottolinea invece come l’esistenza dell’Isis e la sua forza relativa, siano la conseguenza di una catena di eventi che vengono da lontano, almeno dall’invasione americana dell’Iraq: “dopo la caduta di Saddam Hussein, nel Paese si è creato un enorme caos, con fazioni in lotta tra loro e l’esacerbarsi del conflitto tra sciiti, supportati dall’Iran, è sunniti, che invece erano avvantaggiati finché il rais è rimasto al potere. Le guerre di religione ci sono sempre state, ma la mia impressione è che qui, più che la fede, c’entri la politica. Non credo che l’Isis faccia davvero paura agli Usa, sono i giornali a gonfiarne la pericolosità, e penso che, come spesso accade, c’è chi vuole utilizzare la paura dell’opinione pubblica per avallare le proprie mire. In realtà si tratta di una guerra civile che coinvolge tutta la regione. La mia paura, piuttosto, è che l’odio e la sua propaganda, che si diffondono con grande facilità anche attraverso i social network, possano contagiare i giovani europei, le seconde generazioni nate qui ma figlie di immigrati. I giovani sono più sensibili, abboccano facilmente, anche perché gli estremisti fanno loro credere che si tratti di una battaglia per la libertà dei Paesi d’origine delle loro famiglie.
Ma non si tratta di questo: mio padre era musulmano, io lo sono, ho letto il Corano sin da piccolo e non ho mai trovato traccia di qualche passaggio che legittimasse le orrende violenze che sono compiute. L’Isis non applica la parte buona del Corano, ma Maometto era amico di ebrei e cristiani. Bisogna vigilare e far capire bene ai nostri figli che l’Islam è una religione di pace e che in Paradiso ci si può andare facendo del bene al prossimo. Il virus dell’odio è come l’ebola: crea paura, diffidenza, psicosi e si alimenta per contagio. Occorre invece contagiare tutti i musulmani con il messaggio di quell’Islam che è per la convivenza tra i popoli e le fedi. Si tratta senza dubbio della maggioranza”.
Marcello Marchesini
 

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