Il sisma in mostra

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Una terra che non è più ferma, anzi una terra in deciso sommovimento. E’ quella che gli emiliani hanno scoperto all’alba di domenica 20 maggio, che li ha traditi nella successione di scosse di martedì 29 maggio. “E’ la terra che fa le onde” è protagonista a Ponte Alto, nell’ambito della Festa provinciale del Partito democratico dedicata, quest’anno, ai temi della ricostruzione. “E’ la terra che fa le onde – cronache modenesi nei giorni del terremoto” è, infatti, il titolo della inedita mostra, allestita nel Padiglione 38, a cura di Fausto Ferri. Inedita non solo per il tema, ma anche per la mole di materiali messa a disposizione dalle principali testate giornalistiche locali. In mostra, quindi, la nuda cronaca, ma anche l’emozione del racconto. La cronaca si avvolge, e contemporaneamente si srotola, lungo un percorso a spirale scandito dalla quotidianità del passare dei giorni, ma anche dai picchi delle scosse registrate dall’Ingv, da quel fatidico 20 maggio, per i quaranta giorni successivi: “Una sorta di quaresima tellurica – spiega il curatore Fausto Ferri – scandita lungo una spirale, forma che è insieme vita e tragedia. Sono a spirale le galassie, motori della vita, ma, nel linguaggio comune, è entrata ormai anche l’espressione “spirale di dolore”. Una spirale, tra l’altro, tarata sulla successione di numeri di Fibonacci”. Ai 40 pannelli che scandiscono la cronaca dal 20 al 28 giugno, si aggiungono i 24 “quadri” che lungo le pareti perimetrali provano a distillare la riflessione, l’emozione di una comunità. Ognuno dei quadri si cimenta con il racconto per immagini dei grandi temi che, nei giorni successivi alle scosse, hanno finito per caratterizzare il terremoto dell’Emilia e renderlo diverso, pur nella sua ineluttabilità, rispetto agli altri terremoti che lo hanno preceduto: l’allerta e la paura che corre sul web e via Twitter, le tendopoli multietniche, i sindaci in prima linea, la ricostruzione trasparente. Le fotografie sono quelle dei fotografi che collaborano con le testate locali (Luigi Esposito, Davide Mantovani, Diego Poluzzi e Roberto Vacirca), ma anche quelle del fotografo dell’agenzia Contrasto Francesco Cocco che, per La Stampa, ha provato a raccontare il sisma per immagini. Proprio una sua fotografia, quella dell’asfalto che si spacca e ramifica, è diventata il simbolo della mostra. I testi, invece, sono dei giornalisti Roberto Alessandrini, Stefano Asprea, Roberto Franchini e Michele Smargiassi. I pannelli, poi, sono intervallati da monitor che rimandano, ossessivamente, le immagini (mute) di quanto è accaduto. Si va dalla pura oggettività delle riprese delle telecamere di sorveglianza all’animazione grafica che ricostruisce, in cerchi contigui, la cadenza, l’intensità e la direzione degli eventi sismici. E poi ancora, le zone colpite viste dall’alto: perché spesso, i muri, all’apparenza rimasti indenni, nascondono un cuore di macerie. Non mancano le immagini delle visite istituzionali: “Alle parole, a volte vane, di coloro che sono venuti nell’Emilia ferita – spiega Fausto Ferri – abbiamo volutamente accostato il silenzio assordante della distruzione, quella del terremoto e quella altrettanto necessitata delle demolizioni”. Tutti i video sono muti, perché le parole sono state affidate alla cronaca radiofonica di quel martedì 29 maggio quando il terremoto emiliano che già stava scivolando “fuori” dalle prime pagine dei quotidiani nazionali ha voluto riprendersi di “prepotenza” la ribalta mediatica.
“E’ la terra che fa le onde” sfocia su due installazioni di sapore più spiccatamente artistico: sono “CUORIstorici”, l’azione di arte pubblica della carpigiana Alberta Pellacani e “Pro-memoria 5.9”, performance di e con il vignolese Giuliano Bedonni.
Alberta Pellacani si confronta con il tema della ricostruzioni dei beni artistici e architettonici della provincia di Modena: “Oggi che le nostre chiese, le nostri torri, i nostri castelli – spiega la Pellacani – sono crollati o talmente fragili che se ne teme la perdita, questi monumenti diventano per tutti noi un bene grande, sono il nostro cuore storico, luoghi di memoria della nostra vita e delle nostre città viventi”. Al visitatore, che ha concluso il percorso di “E’ la terra che fa le onde”, viene chiesto di interagire in prima persona: da una parte, grazie a tessere adesive che vengono consegnate a ciascuno, compie un’azione, anche se simbolica, di ricostruzione dei monumenti feriti, e dall’altra, sempre con il sistema delle tessere, lascia una traccia di sé, un pensiero, un’opinione su cosa l’esperienza del sisma ha tolto o anche dato a tutti coloro che l’hanno vissuta in prima persona o vista solo raccontata.
“Terremotati” e “non terremotati” sono anche i protagonisti della performance pensata da Giuliano Bedonni – “Promemoria 5.9” – che chiude il percorso artistico sul sisma. Bedonni, la sera stessa dell’inaugurazione della Festa, coinvolgerà nel suo progetto i sindaci dei Comuni del “cratere” le cui sagome, tracciate sulle pareti della sala, rimarranno a “monito” per i visitatori futuri della installazione. “Nella sala ci siamo Noi. Noi tutti. – spiega Bedonni – Ci sono i Noi che hanno vissuto il terremoto sulla propria pelle, sperimentando il senso di perdita. E ci sono i Noi che hanno vissuto il sisma soltanto di riflesso, guardandolo in tv o sui giornali. Chiunque, passando dalla sala, voglia provare ad appoggiarsi alle pareti, troverà sicuramente una sagoma che gli corrisponde, come fosse fatta per lui. Chiunque avrebbe potuto essere una delle persone sagomate sulle pareti. Il caso ci ha salvato, non lasciamo che sia il caso a occuparsi di chi, invece, è stato colpito”. A terra, tavolette di legno, da calpestare o schivare, che riportano le scritte delle “cose” (persone, oggetti, emozioni) perdute nel terremoto, ciò che era e non è più di un passato così vicino eppure già così lontano.

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