Medici di base, numeri da allarme: ci sono dottori con 1.500 assistiti

Quasi un medico su tre è collegato agli altri professionisti senza condividere la stessa sede, una modalità che non garantisce quella compresenza quotidiana capace di trasformare la rete in una vera équipe. E le differenze territoriali sono evidenti: a Carpi lavorano in sede comune 44 medici su 51

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“A Modena la rete c’è, ma il sistema è sotto pressione: troppi assistiti per ogni medico, ricambio da programmare, Case e Ospedali di Comunità che devono diventare luoghi di cura, non punti sulla cartina. Non siamo un’Azienda sanitaria, non siamo un ente gestore: siamo un sindacato. E questo significa che il nostro punto di vista parte dalle persone”.

Con queste parole Domenico Pacchioni, segretario generale Fnp Cisl Emilia Centrale, sintetizza la fotografia scattata dalla nuova indagine del sindacato dei pensionati sullo stato della medicina di base in provincia di Modena. Lo studio evidenzia una rete sanitaria territoriale vicina al punto di rottura: a preoccupare sono l’elevato carico di assistiti per singolo medico, l’invecchiamento anagrafico della categoria e il concreto rischio che i prossimi pensionamenti generino vuoti assistenziali complessi da colmare, specialmente nelle zone montane e tra le fasce più fragili della popolazione.

Medici di famiglia, overbooking di pazienti

In provincia di Modena sono censiti 431 medici di medicina generale. Il rapporto medio è di 1.483 assistiti over 14 per medico, appena sotto il massimale ordinario di 1.500. Ma la media nasconde tre distretti già oltre soglia: Castelfranco Emilia con 1.538 assistiti per medico, Mirandola con 1.594 e Pavullo nel Frignano con 1.621. Il dato di Pavullo richiede una lente più precisa: nell’Alto Frignano, tra Fiumalbo, Pievepelago e Riolunato, il rapporto si avvicina a un medico ogni 1.800 assistiti. E qui gli over 75 rappresentano ben il 19-21% dei residenti. “La presenza medica non può diventare optional. Nei territori più anziani e dispersi rischiamo telefonate in attesa, visite che slittano, anziani che non sanno a chi rivolgersi, medici travolti da un carico che rende più difficile ascoltare, prevenire e seguire le cronicità”, incalza Pacchioni.

Il ricambio è la vera emergenza

L’età dei medici. Su 431 professionisti, 212 hanno tra 26 e 50 anni, 110 sono nella fascia 56-65 e 83 hanno 66 anni o più. I 193 medici con almeno 56 anni sono quasi il 45% del totale; quasi uno su cinque è oltre i 65. Il nodo pesa di più nelle aree montane, dove una quota consistente dei medici è prossima al pensionamento e la popolazione è più anziana, dispersa e bisognosa di cure di prossimità.

“Eccolo il vero guaio che incombe – insiste Pacchioni –: chi sostituirà questi professionisti? Con quali tempi? Con quale organizzazione? Se non si programma adesso, ogni pensionamento rischia di diventare un vuoto di cura, pagato da anziani, malati cronici, persone non autosufficienti e famiglie e caregiver che li assistono”.

I numero della medicina associata

La medicina associata è ormai il modello prevalente. Tra i 412 medici ricompresi nel conteggio sulle forme organizzative, 259, pari al 63%, lavorano in un’associazione con una sede condivisa; 124, il 30%, partecipano invece a un’associazione in rete; 29, appena il 7%, operano da soli. Nel complesso, dunque, il 93% aderisce a una forma associativa. Il dato positivo è che solo sette medici su cento lavorano isolati. Ma attenzione agli abbagli: associarsi non significa automaticamente integrarsi. Quasi un medico su tre è collegato agli altri professionisti senza condividere la stessa sede, una modalità che non garantisce quella compresenza quotidiana capace di trasformare la rete in una vera équipe. E le differenze territoriali sono evidenti: a Carpi lavorano in sede comune 44 medici su 51; a Mirandola soltanto 14 su 34, nonostante tutti risultino associati. Il punto, quindi, non è soltanto quanti medici fanno rete, ma quanto quella rete diventi un luogo fisico e organizzato di presa in carico.

Pua, la porta che manca

E il dato più simbolico riguarda i Punti unici di accesso (Pua). Su 20 case della comunità, solo due hanno un Pua attivo – il Dm 77/2022 fissa l’obiettivo di almeno un Punto in ogni distretto – e ciò “toglie ai cittadini una porta unica di accesso, dove trovare accoglienza, e una prima valutazione dei bisogni sociosanitari, soprattutto in caso di fragilità e non autosufficienza. ll cittadino fragile non entra nella presa in carico: entra nel labirinto”, conclude Pacchioni.

 

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