Cinghiali, la caccia non risolve il problema. La parola al WWF

“La gestione del cinghiale è una questione complessa. Affidarsi solo alla caccia, come si fa da decenni non risolve la situazione ma la peggiora. È necessario - sottolinea il WWF - un confronto aperto e tecnicamente supportato per aiutare a individuare azioni davvero efficaci”.

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Alla luce delle manifestazioni di Coldiretti che hanno coinvolto quasi tutte le Regioni italiane, è ancora di stretta attualità il comunicato del WWF del 23 gennaio dello scorso anno. “La gestione del cinghiale è una questione complessa. Affidarsi solo alla caccia, come si fa da decenni non risolve la situazione ma la peggiora. È necessario – sottolinea il WWF – un confronto aperto e tecnicamente supportato per aiutare a individuare azioni davvero efficaci”.

La caccia ottiene risultati opposti a quelli sperati
Numerose pubblicazioni scientifiche chiariscono che, in buona sostanza la caccia, così come in parte il cosiddetto selecontrollo, intervenendo in maniera sbilanciata sulle dinamiche ecologiche della specie ottiene risultati opposti rispetto alle intenzioni: più abbattimenti e pressione sulla popolazione adulta ci sono, più e prima i cinghiali rimanenti si riproducono e i gruppi familiari si destabilizzano e dunque  i numeri aumentano anziché diminuire. Di conseguenza crescono sia i danni all’agricoltura sia gli incidenti stradali. Lo dimostrano ormai numerosi studi e i recenti dati forniti da ISPRA, ma lo dimostra anche l’esperienza pratica: da anni l’emergenza cinghiali si contrasta affidandosi quasi soltanto a doppiette e carabine, ma la situazione è tutt’altro che migliorata.

Catture con chiusini e prevenzione
Le catture con chiusini e recinti di cattura si sono dimostrate invece molto efficaci, riuscendo a essere più simili alle dinamiche ecologiche naturali rispetto al prelievo venatorio, come dimostrano numerose esperienze pratiche condotte sul campo.
Anche le misure di prevenzione con i recinti elettrificati, laddove sono state attuate, hanno avuto effetti positivi, pur necessitando di alcune accortezze nella fase di installazione e per la manutenzione, ed essendo economicamente vantaggiosi in particolare per le colture più pregiate. Hanno preso inoltre il via i primi esperimenti di sterilizzazione, attraverso interventi però complessi da gestire su ampi spazi, e quindi più indicati per aree protette e di piccole dimensioni.
Ma le evidenze scientifiche purtroppo difficilmente diventano elemento su cui basare le scelte. Si preferisce invece riproporre da anni sempre le stesse soluzioni anche se non hanno prodotto risultati positivi. L’intero settore continua infatti a risentire dell’approccio per cui la gestione faunistica finisce per coincidere con la gestione venatoria: nulla di più errato! Il caso dei cinghiali dimostra esattamente il contrario: a causa della caccia dagli anni 60 del secolo scorso vi sono state enormi immissioni di cinghiali che hanno finito per determinare un disequilibrio che l’aumento della pressione venatoria non solo non ha risolto, ma ha addirittura fatto aumentare. Se quindi l’obiettivo dichiarato è quello di diminuire il numero dei cinghiali per far diminuire i danni alle colture (e in alcuni casi anche al patrimonio naturale) è inutile aumentare i periodi di caccia arrivando, come è oggi in Umbria, a consentire il prelievo venatorio – nella forma della caccia e in quella del selecontrollo – tutto l’anno.

Soluzioni semplici non funzionano con problemi complessi
E’ sbagliato pensare di fornire soluzioni semplici a problemi complessi ed è miope, oltreché inutile, come più volte detto dal WWF Italia, continuare con strategie che fino ad oggi si sono dimostrate a dir poco inefficaci.
Una vera soluzione è possibile solo attraverso una strategia che coinvolga tutti i portatori di interesse e che si basi esclusivamente sulle evidenze scientifiche e sulle modalità più efficaci. In caso contrario, il rischio è che tra qualche anno avremo tanti cinghiali uccisi in più, ma con ancora più danni di quelli registrati ad oggi. Per questo l’intenzione del WWF è quella di continuare a offrire occasioni di riflessione chiedendo disponibilità al settore dell’agricoltura attraverso le associazioni di categoria: solo un confronto aperto e tecnicamente supportato potrà aiutare ad adottare soluzioni davvero efficaci.

Peste suina

Il professor Andrea Mezzatesta della Facoltà di Medicina veterinaria dell’Università degli Studi di Teramo non ha dubbi nel sostenere che la caccia avviata un anno fa per eliminare l’epidemia di Peste suina è stata fallimentare, ed è servita solo ad ampliare il territorio colpito dall’epidemia e a far impennare il numero di carcasse di animali morti trovate nei boschi.

Ma allora qual è la soluzione per debellare la Peste suina, che ormai ha raggiunto livelli preoccupanti di diffusione? “La soluzione percorribile in Italia – spiega il professor Mazzatenta – è quella di lasciare in pace i cinghiali e aspettare che l’epidemia faccia il suo corso visto che spesso ma non sempre i cinghiali muoiono dopo 15 giorni circa dal contagio. Non cacciandoli più diventano stanziali e l’invecchiamento della popolazione contribuisce a ridurre la prolificità e quindi a ridurne il numero. Cacciarli in modo indiscriminato con le battute non funziona a meno che non si riesca a eliminarli tutti, ma questo sul nostro territorio è pressoché impossibile”.