La morte si fa social…

La morte non esiste più. E’ un tabù che non deve essere nominato. Eppure viviamo circondati da defunti. I social network sono il più grande cimitero del mondo e non è raro che le parole o le immagini di coloro che abbiamo perduto irrompano all’improvviso dagli schermi dei nostri cellulari. Moriamo biologicamente ma sopravviviamo online. Il web è diventato la più grande piazza per celebrare il ricordo e condividere l’esperienza privata del lutto. Fenomeni che rimescolano le carte e che ridefiniscono concetti fondamentali e complessi come quello di identità, memoria ed elaborazione del lutto. Il filosofo Davide Sisto, tanatologo, da circa quindici anni si occupa di come la tecnologia ha cambiato il nostro rapporto con la morte. Chi volesse saperne di più, potrà ascoltare il suo intervento Davide Sisto, all’interno della tavola rotonda organizzata dall’Associazione Zero K, in programma domani, sabato 22 ottobre, alle 10, all’Auditorium San Rocco.

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Davide Sisto

La morte non esiste più. La teniamo lontana, nascondendola, medicalizzandola, rimuovendola. La morte ci fa paura. E’ scabrosa. Un tabù che non deve essere nominato. Eppure i morti sono accanto a noi in ogni istante. Viviamo costantemente circondati da defunti. I social network sono il più grande cimitero del mondo e non è raro che le parole o le immagini di coloro che abbiamo perduto irrompano all’improvviso dagli schermi dei nostri cellulari. Moriamo biologicamente ma sopravviviamo online. Il web è diventato la più grande piazza per celebrare il ricordo e condividere l’esperienza privata del lutto. Fenomeni che rimescolano le carte e che ridefiniscono concetti fondamentali e complessi come quello di identità, memoria ed elaborazione del lutto. Davide Sisto, tanatologo e ricercatore di Filosofia presso l’Università di Trieste e l’Università di Torino, da circa quindici anni si occupa da un punto di vista filosofico del tema della morte. “Dopo i miei studi su Schelling e il mondo dell’idealismo romantico tedesco – spiega – mi sono dedicato allo studio della percezione della morte nel mondo contemporaneo, ritrovandomi quindi inevitabilmente ad affrontare il tema del rapporto con le nuove tecnologie. I social ci pongono di fronte agli occhi la morte ogni giorno e questo comporta delle importanti implicazioni da cui non si può più prescindere. Oggi più che mai, il digitale offre un’opportunità per ripensare la morte in una prospettiva rivoluzionaria”.

L’Aldilà affascina l’uomo da sempre, basti pensare a libri, film e serie tv, eppure la morte resta forse uno degli ultimi tabù dell’uomo occidentale. Come può essere letto tale paradosso?

“Le due cose non sono in contrapposizione. Viviamo in un’epoca di grande rimozione della morte. Nel secolo scorso lo studioso Geoffrey Gorer parlava di Pornografia della morte, nel XX secolo la sessualità diventa un argomento nominabile mentre tutto ciò che riguarda la morte naturale viene via via reso innominabile, nascosto e osceno. La morte ha sostituto il sesso come grade tabù della nostra epoca: ecco perchè pensiamo che parlarne sia inopportuno e, di conseguenza, la sua rappresentazione artistica rappresenta l’altra faccia della medesima medaglia. D’altronde ciò che diventa tabù genera un’attenzione alternativa, un interesse per ciò che si cerca di evitare. Ovviamente la morte vissuta nel quotidiano ha ben altri contorni rispetto a quella propinata da una certa cinematografia ad esempio”. 

Si muore ma si continua a esistere on line. La morte si fa social per parafrasare un suo libro. Come la tecnologia ha cambiato il nostro rapporto con la morte?

“Ci si collega a Facebook e ci si trova davanti al più grande cimitero del mondo. Si calcola che siano già 50 milioni i profili di utenti deceduti e che ogni giorno muoiano 33mila utenti. Di questo passo, a fine secolo, se Facebook esisterà ancora, il numero di profili di utenti deceduti sarà superiore a quello dei vivi. Un social nato per creare relazioni interpersonali, per flirtare, per condividere fake news o per litigare col vicino di casa, diventerà una grande enciclopedia dei morti. Questa situazione già oggi crea una serie di conseguenze interessanti e peculiari circa l’elaborazione del lutto in relazione al nostro modo di pensare la morte. 

Nella vita reale chi perde qualcuno, dopo un primo momento in cui le persone vicine gli si stringono accanto, si ritrova in una sorta di bolla autistica. Soffre ma non trova sostegno intorno a sé: i social sopperiscono a tale mancanza. Si registra sempre più il tentativo di trovare dal basso, a livello popolare, delle nuove strategie di elaborazione collettiva del lutto. Chi conosceva il defunto crea gruppi commemorativi; il morto continua a essere celebrato in rete. Si sviluppano dunque modalità diffuse e variegate per parlare di lutto e non sentirsi isolati nel proprio dolore. Ma se per qualcuno tali opportunità possono rappresentare una consolazione e un modo per superare la perdita, per altri fanno rima con la mancata accettazione della morte stessa. Un fenomeno che noto spesso collaborando con associazioni e fondazioni che si occupano di malati oncologici e fine vita: vi sono persone che restano collegate ai telefonini e alle applicazioni di messaggistica privata del defunto in modo patologico. Come se quei luoghi rappresentassero un collegamento con chi non c’è più. Un antidoto alla morte reale. Quando usiamo i social sviluppiamo un’identità digitale la cui corporeità è il messaggio stesso che veicoliamo. Quando qualcuno muore a volte i familiari si appropriano di quella identità modificando gli status e scrivendo messaggi come se il defunto fosse ancora in vita e questo può risultare scioccante per chi ha subito a sua volta quel lutto”.

Cosa implica la sopravvivenza online post-mortem?

“La nostra morte biologica non coincide con quella digitale, tutto ciò che abbiamo condiviso on line o su un blog continua a vagare come se nulla fosse successo. La mancata coincidenza tra le due vite può essere utilizzata, secondo alcuni scienziati, per regalarci una sorta di immortalità digitale. Si stanno creando delle enciclopedie dei morti. C’è un accumulo di materiale personale pazzesco on line, in termini di parole, immagini, video… questo sta modificando il modo di ricordare e questo ci porterà in futuro a dover capire come creare degli archivi coerenti. Sono già disponibili chat bot con cui dialogare e capaci di interpretare i nostri stati d’animo per poi sostituirsi a noi quando saremo trapassati, e continuare a parlare con i nostri cari. Stiamo portando l’aldilà all’interno dei nostri computer e dei nostri telefoni. Il materiale che abbiamo condiviso on line può già oggi essere utilizzato per riprodurre l’ologramma dei morti. Ogni post che scriviamo potrebbe una volta che saremo trapassati prendere il nostro posto e diventare il nostro corpo digitale immortale. Il nostro alterego eterno. Sta a noi renderlo il più aderente possibile alla nostra identità per essere sostituiti degnamente ed eternamente dalla nostra memoria social. Senza alcun rimpianto”.

Chi volesse saperne di più, potrà ascoltare l’intervento di Davide Sisto, all’interno della tavola rotonda organizzata dall’Associazione Zero K, in programma sabato 22 ottobre, alle 10, all’Auditorium San Rocco a Carpi.

Jessica Bianchi