“Tutto ciò che vogliamo è tutelare la salute delle donne”

Un costante rapporto col Consultorio e coi vari reparti ospedalieri, un approccio e una presa in carico del paziente all’insegna dell’interdisciplinarietà e la mininvasività: sono queste le parole chiave che guidano ogni azione intrapresa nel Reparto di Ostetricia e Ginecologia di Carpi guidato dalla dottoressa Giulia Pellizzari.

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Giulia Pellizzari e Paolo Venturini

Donna, chirurgo e primario da un anno, la dottoressa Giulia Pellizzari dirige il Reparto di Ostetricia e Ginecologia dell’Ospedale Ramazzini. “Sono un’entusiasta – sorride da dietro la mascherina – e sono davvero felice di essere tornata a Carpi con questo ruolo”. Il reparto con lei ha cambiato volto, “il gruppo è stato del tutto rinnovato. Lavoro al fianco di professionisti giovani e motivati: aiutarli a crescere e ad acquisire esperienza è un’avventura stimolante. Per me la squadra è essenziale, uniti si va più lontano. La sfida è quella di andare sempre tutti nella medesima direzione”. Alla dottoressa Pellizzari “piace vincere” ma senza il pugno di ferro, bensì con “la persuasione”. Ma i guanti di velluto sono soprattutto quelli che usa con le donne, le sue pazienti. “Un contatto – prosegue la dirigente – che implica grande empatia soprattutto con le future madri: nel nostro mestiere sono fondamentali i protocolli ma oltre all’esperienza sono indispensabili prontezza e una certa dose di fantasia poiché ogni travaglio è diverso, ogni parto è unico e, spesso, ci si trova ad affrontare imprevisti inaspettati”.

Equipe di Ostetricia: da sinistra Giulia Pedrielli, Francesca Tassinati, Chiara Lanzoni, Marta Berra,Giulia Pellizzari

In un contesto di fortissima denatalità, il punto nascita di Carpi, dopo la riduzione di parti del 2020 (940) sta lentamente risalendo la china e oggi ha raggiunto quota 780, in aumento rispetto a ottobre dello scorso anno. “L’incremento è modesto – ammette la dottoressa Pellizzari – ma è comunque la dimostrazione che le donne gradiscono partorire qui. L’alchimia tra ostetrica e paziente che esiste da molti anni al Ramazzini è del tutto particolare. Le future mamme si sentono accolte, comprese, supportate. D’altronde io non mi stanco mai di ripeterlo: dobbiamo metterci nei panni delle nostre pazienti, trattarle come vorremmo essere trattati noi”.

Una regola aurea che, aggiunge il dottor Paolo Venturini, responsabile dipartimentale Struttura Semplice di Chirurgia Ginecologica Oncologia dell’Ospedale di Carpi, “rappresenta già la metà della cura”. Un’attenzione alle donne e alle loro esigenze, che per il nuovo primario deve far rima anche con la difesa di un diritto, ovvero quello di partorire senza dolore anche attraverso la partoanalgesia. Dall’ottobre scorso, infatti, grazie all’ingresso di nuove risorse nella dotazione organica della Struttura Complessa di Anestesia e Rianimazione diretta dal dottor Alessandro Pignatti, il ricorso all’epidurale per ridurre il dolore del travaglio può essere nuovamente offerto alle partorienti che ne fanno domanda. “Le donne che chiedono di ricorrere all’epidurale sono una minoranza, molte infatti preferiscono scegliere altre modalità di contenimento del dolore, come il parto in acqua, i massaggi, la doccia… ma compatibilmente con gli impegni degli anestesisti cerchiamo di garantire il servizio”, spiega Pellizzari.

“La partoanalgesia – aggiunge il dottor Venturini – è un po’ come la copertina di Linus. Dà

Da sinistra Erika Rattighieri e Gelsomina Del Sordo

sicurezza. Mal che vada ci si copre. Ma non è la soluzione magica. Sono le donne a essere al centro di quel miracolo che è il parto e ognuno di noi, ciascuno per il ruolo che gli compete e nell’ambito dei parametri di assistenza previsti, fa di tutto per rispettarne la volontà”, prosegue il medico. 

Sul fronte parto naturale vs cesareo, Pellizzari e Venturini convergono: “il parto naturale, in assenza di complicazioni, è preferibile in quanto è un meccanismo perfetto, utilissimo per garantire il giusto benessere fetale”.  Alle donne che hanno lamentato di aver avuto “travagli” lunghissimi prima di riuscire a partorire naturalmente, ricordando che il contenimento dei parti cesarei è un “obiettivo nazionale e regionale nell’interesse dell’unità mamma-bambino”, la dottoressa Pellizzari spiega che spesso, “il problema sta in un difetto di comunicazione e che occorre fare chiarezza. Una parte fondante del nostro lavoro è quello di spiegare con cura alle donne quali sono gli step che dovranno compiere. Al termine della gravidanza, solitamente durante le ultime due settimane, inizia il cosiddetto periodo prodromico, ovvero l’insieme di segni e sintomi che precede l’inizio del travaglio vero e proprio. Si tratta di quell’arco di tempo in cui le prime contrazioni si succedono in modo ancora irregolare, con variabilità nell’intensità, nella frequenza e nella durata. Un periodo che le donne generalmente trascorrono a casa, in tranquillità, e in cui il collo d’utero si prepara al parto. Nel caso in cui la gravidanza sia giunta oltre il termine massimo o siano sopraggiunte delle problematiche e dunque il bimbo debba essere fatto nascere, siamo noi a dover ammorbidire, per così dire, forzatamente la porta, e per farlo possono servire alcuni giorni di ricovero. Il travaglio arriverà solo dopo e generalmente dura dalle 5 alle 12 ore. Ma queste cose occorre spiegarle prima che sopraggiunga il dolore, quando le donne sono ancora lucide e consapevoli. La comunicazione è un presupposto indispensabile nel rapporto con la paziente: richiede tempo ma è indispensabile e vincente. Facciamo di tutto per costruire un percorso ad hoc su ciascuna donna, come un vestito cucito su misura, ma nonostante ogni professionista dia il massimo, qualche imprevisto può sempre sorgere”.

Un costante rapporto col Consultorio e coi vari reparti ospedalieri, un approccio e una presa in carico del paziente all’insegna dell’interdisciplinarietà e la mininvasività: sono queste le parole chiave che guidano ogni azione intrapresa nel Reparto di Ostetricia e Ginecologia di Carpi.

Equipe di ginecologia

“Oggi – spiega il dottor Venturini – oltre l’85% degli interventi chirurgici ginecologici maggiori sono realizzabili per via laparoscopica. La laparoscopia è una tecnica chirurgica mininvasiva che si svolge tramite l’introduzione nella cavità addominale, attraverso piccole incisioni cutanee, di una specifica strumentazione e di una telecamera. L’immagine, ingrandita fino a tre volte, consente al chirurgo di cogliere anche particolari invisibili a occhio nudo e a intervenire laddove sia necessario. Numerosi i benefici: le complicanze si riducono, così come il rischio anestesiologico per la paziente, il dolore post operatorio e i giorni di degenza. Insomma, più piccoli sono i tagli, meglio sta la paziente…”.

Una tecnica, questa, utilizzata per trattare numerose patologie dell’apparato genitale femminile: conservative come il trattamento dei fibromi uterini, dell’endometriosi, delle cisti ovariche; demolitive come l’isterectomia per patologie sia benigne che tumorali; ricostruttive come il trattamento dei prolassi e dell’incontinenza da sforzo. 

L’equipe di Carpi è poi stata la prima tra Modena e Reggio Emilia a ricercare il linfonodo sentinella (è il primo linfonodo che drena le cellule tumorali. Una volta superata questa stazione le cellule tumorali possono metastatizzare ai linfonodi successivi o anche al di fuori della pelvi) in caso di tumore della cervice uterina e dell’endometrio. Il principale vantaggio di questa metodica è sicuramente la minore aggressività dell’intervento chirurgico stesso poiché permette di evitare la rimozione totale dei linfonodi pelvici o lomboaortici, un intervento invasivo che in molti casi può portare nel corso della vita a pesanti problemi di natura circolatoria e neurovascolare. “Durante l’operazione – spiega il dottor Venturini – viene fatta un’iniezione di tracciante chiamato Verde Indocianina a livello della cervice uterina; poi con una luce appropriata viene “cercato e asportato” solo il primo linfonodo della catena che drena la linfa dall’utero. Successivamente questo viene esaminato dall’anatomopatologo utilizzando una tecnica particolare chiamata ultrastaging immunoistochimico in grado di individuare anche eventuali micro metastasi. Ne consegue un importante miglioramento diagnostico che consente di identificare metastasi linfonodali non individuabili con le comuni tecniche chirurgiche, permettendo così di poter trattare tarare al meglio e in modo tempestivo la paziente”. Nell’anno e mezzo in cui il dottor Venturini opera a Carpi, anche con la importante collaborazione col dottor Alessandro Ferrari, direttore dell’Unità Operativa di Ostetricia e Ginecologia dell’Ospedale di Mirandola, su 150 casi oncologici trattati, sono stati 42 quelli eseguiti con tale metodica, numeri destinati a crescere anche grazie all’acquisto, tre mesi fa, da parte dell’Ausl, di una nuova colonna endoscopica.

Alcuni tumori, aggiungono ancora Venturini e Pellizzari, “non possono essere diagnosticati fino a quando non sono stati rimossi e poi analizzati. Per garantire alla paziente la massima sicurezza, tutto ciò che viene asportato in via laparoscopica viene protetto da una sorta di sacchettino. In questo modo se il tessuto asportato risultasse tumorale si evita la disseminazione della malattia a livello pelvico e addominale causata dalla morcellazione, ovvero lo spezzettamento del tessuto per poterlo estrarre dalle piccole incisioni cutanee fatte in laparoscopia”. 

Sotto la direzione della dottoressa Pellizzari sono stati introdotti, e in alcuni casi rafforzati, anche vari ambulatori dedicati a patologie non oncologiche dove vengono praticate, ad esempio, isteroscopie (metodo endoscopico che permette di diagnosticare ed eventualmente trattare diverse condizioni patologiche a carico dell’utero), colposcopie. Ma a fare la differenza è la trasversalità della presa in carico delle pazienti: “l’approccio alla cura – concludono i due medici – è multidisciplinare. Abbiamo attivato una piattaforma e ogni settimana discutiamo tutti i casi: intorno al tavolo ci sono ginecologi, oncologi, radiologi, psicologhe, radioterapisti… insomma tutti coloro che concorrono all’assistenza delle nostre pazienti. Il lavoro d’equipe è fondamentale: insieme ci confrontiamo, ci miglioriamo e cresciamo. Visitiamo anche insieme per dare alle donne un parere a tutto tondo e per non rimbalzarle da un professionista a un altro in un momento complesso della loro vita. Tutto ciò che vogliamo è tutelare la salute delle donne”.

Jessica Bianchi