“Ti sento” di Valentina Torchia

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«Io sono Edoardo Marconi, il ragazzo che non può provare dolore.

E allora, perché cavolo Aurora Volterra è riuscita a farmi male?!

Perché, anche se non l’ho mai provato prima, questa cosa che sento deve essere per forza dolore.»

Sarebbe riduttivo iscrivere “Ti sento” (DeA), il romanzo d’esordio di Valentina Torchia, nel filone letterario da lungo tempo consolidato, e pure usurato, della sick lit adolescenziale, perché in questo libro l’autrice ci offre una prospettiva del tutto inusuale del genere, a partire dalla scelta stessa della malattia descritta: una patologia rarissima nota come insensibilità congenita al dolore.

A soffrirne è Edoardo Marconi, un avvenente 18enne che è considerato dai suoi compagni di classe un supereore invincibile, proprio per la sua impossibilità di provare dolore, sia esso di tipo fisico o emotivo.

Non c’è nulla che possa scalfirlo. Ma quello che a tutti appare un vantaggio per lui è una terribile condanna. Non solo perché non percependo le sensazioni del suo corpo non può rendersi conto di malattie e pericoli, e per questo motivo viene tenuto dai genitori sotto una campana di vetro, ma anche e soprattutto perché non riesce a provare emozioni.

Un bacio o una carezza non gli trasmettono nulla, così come un’offesa o un colpo sferrato. Ma tutto cambia quando a colpirlo è Aurora Volterra, una sua compagna di classe con cui non aveva mai scambiato parola.

Un pugno dritto in faccia per vendicare la sua amica Susanna e sbam! Per la prima volta nella sua vita Edoardo sente. Un turbine di sensazioni ed emozioni nuove. Per la prima volta capisce veramente cos’è il male di cui tutti parlano e di cui finora aveva soltanto letto. E da lì la sua vita cambia. E anche quella di Aurora.

Lei è l’altra protagonista del romanzo, che viene narrato in prima persona e a voci alterne da entrambi.

Aurora studia violino e sogna di essere ammessa alla scuola di musica più prestigiosa del mondo, ma sua madre ha altri progetti per lei e non vuole che la figlia intraprenda una carriera artistica come il marito, da cui si è divisa e che considera un fallito.

Anche lei, come Edoardo, si sente incompresa e soffocata dai genitori ma, a differenza di lui, Aurora sente tutto, sente troppo, e finisce per farsi volontariamente del male.

Dopo il pugno di Aurora Edoardo vuole sapere, capire, provare di nuovo delle sensazioni.

Aurora, dal canto suo, ha bisogno di un aiuto concreto per poter proseguire le lezioni di violino dopo che la madre le ha tagliato i fondi.

Su iniziativa di Edoardo, tra i due ragazzi si instaura un rapporto che inizia come mero scambio di favori ma che finisce per diventare un’esperienza molto più profonda di scoperta e cambiamento.

Con il suo stile pulito e coinvolgente, l’autrice descrive una realtà senza filtri che racconta la complessità dei rapporti genitore-figlio e costruisce protagonisti sfaccettati, che chiedono di non essere giudicati, ma capiti e accolti nella loro imperfezione e bellezza. Il finale, inatteso e sconvolgente, è un ulteriore conferma del passo in più che Valentina Torchia ha compiuto per andare oltre il genere, scavando nei meandri dell’imprevedibilità e dell’imperscrutabilità della vita.

Chiara Sorrentino