Prima di erigere muri occorre riorganizzare la sanità territoriale

Bene discutere della collocazione del futuro nuovo ospedale di Carpi ma, ad animare il dibattito, secondo le attiviste di Cif - Centro Italiano Femminile e Udi - Unione donne in Italia, dovrebbero essere sin da subito strategie e contenuti.

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Bene discutere della collocazione del futuro nuovo ospedale di Carpi ma, ad animare il dibattito, secondo le attiviste di Cif – Centro Italiano Femminile e Udi – Unione donne in Italia, dovrebbero essere sin da subito strategie e contenuti. Quella del nuovo nosocomio in città è una discussione che imperversa da oltre dieci anni ma il rischio, oggi, stando allo Studio di prefattibilità, è quello di progettare un contenitore fotocopia rispetto all’esistente. Da tale documento, infatti, modello organizzativo a parte, non emergono sostanziali novità rispetto all’identità che l’ospedale dovrà assumere. Il superamento di Reparti o Unità operative in base alla patologia e alla disciplina medica e un’organizzazione in aree omogenee che ospitano i pazienti in base alla gravità del caso clinico e del livello di complessità assistenziale, si sa, consente di ottimizzare – e risparmiare – risorse umane e materiali ma, a fronte del profondo e radicale cambiamento della società dovuto al progressivo invecchiamento della popolazione, questo non è sufficiente. Cif e Udi, che fanno parte del Comitato Consultivo Misto del Distretto n.1 di Carpi-Azienda Usl di Modena, hanno scritto al direttore generale Antonio Brambilla e al sindaco di Carpi Alberto Bellelli, per offrire qualche spunto di riflessione, dopo essersi confrontate con alcuni medici operanti in ambito ospedaliero e distrettuale. Un primo nodo fondamentale è la “tutela del diritto alla cura” che passa attraverso la salvaguardia di un “sistema sanitario universalistico ed egualitario, pur con tutte le inevitabili difficoltà di carattere economico”. Difficoltà connesse anche agli “aspetti demografici ed epidemiologici” che si profilano all’orizzonte: sul nostro territorio, infatti, vi saranno persone “sempre più anziane che presenteranno perdita di autonomia e affette da malattie croniche”. Per i professionisti è fondamentale pensare una “struttura calata nel territorio”, che preveda un rinnovamento sostanziale “degli elementi organizzativi e strutturali. L’Ospedale futuro andrebbe visto come un nodo della rete, un segmento del percorso assistenziale, con l’utilizzo di tecnologie (attrezzature per la diagnostica e terapia medica e oncologica) e strettamente collegato con il Policlinico di Modena e di Baggiovara. Per tutti i pazienti in difficoltà si dovranno prevedere modalità di accesso compatibili con la loro condizione. Per arrivare a tutto ciò si dovranno realizzare studi epidemiologici e rendere operative strutture ambulatoriali primarie dedicate alla bassa intensità di cura e dei follow-up”. Per Udi e Cif sarebbe poi strategico, sin da ora, operare una forte “riorganizzazione della sanità territoriale con l’obiettivo di trasformare in modo strutturale la Medicina di Gruppo affinchè sia pienamente integrata con gli altri livelli del comparto. Dalla prevenzione si andrà alla diagnosi e cura degli acuti, fino alla continuità assistenziale per i pazienti con malattie croniche o non autosufficienti. Importante sarà anche aumentare le funzioni delle farmacie e dei presidi sanitari e assistenziali”. Imprescindibile poi la necessità di “valutare le eccellenze già esistenti nell’Ospedale di Carpi (come ad esempio la radioterapia oncologica), elementi che rafforzano il concetto di mantenere l’attuale struttura ospedaliera, a salvaguardia di un ambiente sostenibile”. Ben venga dunque la proposta dell’associazione Carpi Bene Comune, secondo cui, anziché erigere la nuova struttura a ovest della città, aldilà della tangenziale e della Statale per Fossoli, scelta che comporterebbe la cementificazione di circa 10 ettari di suolo ancora intonso, si potrebbe realizzare una struttura nuova, su 4 piani, nell’area di Piazzale Donatori di Sangue (nel quale creare contestualmente un parcheggio multilivello per recuperare i posti auto perduti), dopodiché, una volta trasferite le degenze e le sale operatorie, si potrebbe procedere in modo progressivo e modulare, senza interrompere le attività, salvaguardando il recuperabile, demolendo e ricostruendo gli spazi non sfruttati in modo razionale dell’attuale Ramazzini.

Le modifiche demografiche, la “liquidità” delle tecnologie, l’arrivo di una pandemia che potrebbe non essere l’ultima e l’insostenibilità sul medio e lungo periodo del modello assistenziale pubblico impongono scelte coraggiose e lungimiranti. Da anni aspettiamo un nuovo ospedale e oggi, qualora vengano reperiti i 120 – 150 milioni necessari, il pericolo è quello di ripetere gli stessi passi falsi compiuti con l’edificazione della nuova piscina. Un impianto dai costi faraonici che fa acqua da ogni parte. Lo studio redatto non è definitivo, certo, e manca ancora del tutto un piano finanziario, ma prima di parlare di impiantistica e infrastrutture viarie, sarebbe forse più opportuno, discutere di quale sarà il ruolo del nuovo ospedale nella rete provinciale. E, soprattutto, prima di erigere muri è quantomai necessario riorganizzare la sanità territoriale, in caso contrario, lo tsunami Covid non ci avrebbe davvero insegnato nulla.

Jessica Bianchi