Macelli focolai di Coronavirus: le cause

Fatica, vicinanza, freddo: un mix che rende il lavoro negli impianti di macellazione a rischio per la diffusione del virus. A cui si aggiunge il risvolto sociale del lavoratori quasi sempre prevenienti da cooperative in appalto.

0
786

I focolai di Coronavirus scoppiati all’interno dei settori della logistica e della lavorazione delle carne stanno destando preoccupazione e hanno  spinto la Regione Emilia Romagna a prendere immediati provvedimenti volti a contenere il contagio. La nuova ordinanza, firmata dal presidente Stefano Bonaccini, prevede che il Servizio sanitario regionale si faccia carico di effettuare entro il 7 agosto il tampone naso-faringeo a tutti i lavoratori dei due settori “attenzionati”. Giro di vite anche per chiunque arrivi dai Paesi extra Schengen: oltre all’isolamento fiduciario di 14 giorni e alla sorveglianza sanitaria, chi rientra nel nostro Paese dovrà sottoporsi  a tampone all’arrivo, da ripetersi dopo sette giorni anche in caso di esito negativo.

Ma a fronte della ripartenza di tutto il comparto manifatturiero perché il maggior numero di nuovi malati si concentra proprio nella logistica e nella macellazione? “I fattori – spiega il dottor Davide Ferrari, direttore del Dipartimento di Sanità Pubblica dell’Ausl di Modena – sono molteplici. Nei macelli, ad esempio, nei quali a livello internazionale si sono accesi focolai anche molto importanti, su tutti Germania e Stati Uniti, vi sono diverse componenti concomitanti che favoriscono la diffusione del contagio: dall’affollamento degli ambienti di lavoro alle condizioni microclimatiche dell’ambiente. Per garantire la necessaria igiene e integrità dei prodotti, infatti, le temperature sono mantenute basse e in alcune fasi di lavorazione si sviluppa una nebulizzazione di acqua e si generano condizioni di umidità molto elevata che possono favorire il contagio qualora tra i lavoratori ve ne sia uno infetto”. Pericolo di trasmissione che riguarda solo gli operatori e non i consumatori dal momento che, “secondo le evidenze scientifiche attuali, il virus non si trasmette attraverso il cibo”, prosegue il dottor Ferrari. Il settore della lavorazione delle carni ha poi un comune denominatore con quello della logistica, ovvero il massiccio ricorso a manodopera straniera, operatori che, spesso, dipendono da altre aziende in appalto. “Abbiamo già registrato casi di soggetti positivi rientrati nel nostro territorio da Paesi in cui l’epidemia è ancora molto diffusa che non hanno rispettato l’obbligo di comunicare il loro arrivo al Dipartimento di Sanità Pubblica e non si sono posti in isolamento per il periodo prescritto. Qualcuno di loro – continua il dottor Davide Ferrari – è rientrato al lavoro e ha contagiato i propri colleghi: ben vengano dunque i provvedimenti presi dalla Regione che introducono per i cittadini che rientrano dall’estero l’obbligo del tampone a tutela della salute pubblica. Anche il ricorso a cooperative o ad altre aziende di servizi che forniscono manodopera costituisce potenzialmente un elemento critico per lo sviluppo di focolai, questione peraltro più volte sollevata anche dai sindacati. In questi appalti, infatti, l’applicazione delle misure di tutela della salute e sicurezza dei lavoratori  e di quelle igienico sanitarie è generalmente più difficoltosa. Per tutelare le figure di questi operatori – così come quelle dei dipendenti diretti – e arginare l’epidemia è necessario rivedere il sistema di appalti affinché sia garantito un maggior impegno nella cooperazione e nel coordinamento tra committente e appaltatore”. Dobbiamo mantenere alta la guardia, perché il coronavirus non è ancora sconfitto.

Jessica Bianchi