Ho bisogno di vedere il mondo con i miei occhi

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“Vorrei parlare del Tibet” insiste. E’ solo l’ultimo dei Paesi che ha visitato ma la situazione è talmente drammatica da non poter lasciare indifferenti. A Teresa Cavazzuti i termini di paragone non mancano di certo: la trentenne carpigiana ha attraversato il Laos disseminato di ordigni dimenticati, ha affrontato le incognite della Papua Nuova Guinea e la selvaggia natura della Nuova Zelanda ma è il Tibet a essersi guadagnato il posto più grande nel suo cuore. Da quando ha iniziato a viaggiare, non ha più smesso. “Tutto è iniziato con un semplice Erasmus in Francia quando avevo 21 anni. Ho aspettato di terminare gli studi in traduzione e interpretariato a Forlì e, al termine della triennale, sono partita. Ho letto casualmente un annuncio di lavoro come guida turistica in Irlanda e ho passato cinque indimenticabili estati sull’Isola di Smeraldo, che oggi conosco meglio dell’Italia” sorride Teresa. Il lavoro stagionale da maggio a settembre le ha permesso di mantenersi negli studi della specialistica e risparmiare il denaro per realizzare il suo desiderio di esplorare il mondo.

Via dall’Europa
“Nel 2016 l’aria di crisi che si respirava in Europa mi opprimeva, non ne potevo più. Volevo crearmi nuovi orizzonti, così sono partita per l’Australia insieme a un’amica con un visto working holiday (lavoro-vacanza) e ho trovato lavoro come guida turistica e agente prenotazioni presso una compagnia a Cairns”. Nel Far North, il lontano Nord del Queensland Teresa vive tra la Grande barriera corallina australiana e la foresta tropicale tra le più antiche al mondo. Dopo due anni di Australia cresce la voglia di conoscere altre parti del mondo per fare altre esperienze di vita. Nell’ottobre del 2018 Teresa lascia la terra dei canguri e per un anno intero gira il mondo arrivando in luoghi in cui i bambini l’hanno guardata spaventati dal colore della sua pelle. “Ero probabilmente la prima persona bianca che vedevano nella loro vita. In Papua Nuova Guinea c’è ancora un’organizzazione tribale della società e nelle zone più remote della West Papua sopravvive la pratica del cannibalismo tra gli aborigeni” racconta Teresa che ha soggiornato a Port Moresby presso la famiglia del suo titolare di lavoro australiano e ha esplorato la natura stupenda di posti sperduti come Mount Hagen, Goroka e Alotau.
La scelta è quella di viaggiare per immergersi nella cultura di paesi senza pregiudizi, senza approfondirne in anticipo la storia, con lo zaino in spalla e poche cose, calandosi nella realtà dei villaggi. 

Da Bangkok al Myanmar

Dopo la Papua Nuova Guinea e un mese di Nuova Zelanda, Teresa Cavazzuti dedica tre mesi interi al viaggio nel sud est asiatico da Bangkok in Thailandia, attraverso il Laos, fino al Vietnam e alla Cambogia via terra per poi raggiungere in volo il Myanmar (Birmania).
“Se Vietnam e Thailandia sono paesi sulla via dello sviluppo, Cambogia e Laos vivono una situazione di povertà assoluta. Il territorio del Laos è disseminato per tre quarti di bombe inesplose posizionate dagli americani durante la guerra del Vietnam, a volte dovevano semplicemente “scaricare” gli aerei portabombe, altre pensavano di essere in territorio vietnamita. Chi non vuole morire di fame ha dovuto affrontare il rischio di rimanere mutilato per coltivare un pezzo di terra. Ho conosciuto l’associazione di volontari per lo sminamento del Laos e ne sostengo la causa presso tutti quelli che conosco perché la situazione è molto grave”.
Anche grazie alla sua posizione geografica, al Vietnam è riservato un altro destino. Teresa si ritrova a Ho Chi Minh in una città modernissima e ha l’occasione di parlare con uno dei primi imprenditori italiani entrato in Vietnam. Come i cinesi, si sono ripresi nel dopoguerra anche se restano ad oggi, nel territorio e sulla pelle di alcuni, le conseguenze delle armi chimiche.
Teresa ripiomba in una situazione drammatica quando varca il confine per entrare in Cambogia, dove è rimasto il segno dell’inferno dei Khmer rossi che, alla fine degli Anni ’70, attuarono uno spietato genocidio sotto la guida del fanatico dominio ideologico del leader Pol Pot: cambogiani contro cambogiani, furono imprigionati, massacrati e uccisi milioni di persone (da 1,5 a tre milioni secondo quanto ricostruito) tra uomini, donne e bambini, etichettati come oppositori o dissidenti. “Ho avuto la fortuna di incontrare un sopravvissuto ma i cambogiani non parlano di cosa è successo cinquant’anni fa. La storia dei ragazzini presi dalle campagne che, istruiti per diventare khmer rossi, per sfuggire alla fame rinunciarono alla loro anima, gli ettari di foreste abbattute per renderle (invano) coltivabili, il lavoro fino allo sfinimento e alla morte in questo Paese trasformato in un grande campo di concentramento all’aperto: la guerra civile ha lasciato una traccia profonda nella popolazione ma non c’è stata nessuna Norimberga per loro; processi sommari e qualche condanna all’ergastolo non sono bastati per fare chiarezza e oggi i cambogiani vivono nella reciproca diffidenza come se si chiedessero: da che parte stava chi mi trovo davanti? E’ una popolazione sorridente ma, se si scende in profondità, ancora sotto choc”.
Il volo aereo verso il Myanmar conduce Teresa in un paese sotto dittatura “in cui la popolazione ha il più bel sorriso di tutte, lo scarso flusso turistico ha consentito di preservare gli aspetti culturali più autentici”. Dopo dieci giorni di permanenza nel paese delle Mille Pagode, Teresa raggiunge l’India che è proprio come si immaginava che fosse. “I colori dell’Holi festival, odori, mucche per strada: uno tra i paesi più sporchi insieme al Myanmar. 

L’emergenza ambientale

Vivono nella plastica così come anche in tutto il sud est asiatico: le spiagge del Vietnam sono piene di plastica che ho visto galleggiare anche mentre facevo snorkeling, le strade dell’India ne sono invase, in questi paesi è normale buttare la bottiglietta d’acqua per strada una volta bevuta. E’ assurdo abolire il cotton fioc in Europa se poi nel resto del mondo non c’è un’educazione orientata in difesa dell’ambiente”. Il sud est asiatico buddista o induista è stato una vera delusione per quel che riguarda l’aspetto religioso perché “non ho trovato in questa regione del mondo quella spiritualità che mi aspettavo la distinguesse dal mondo occidentale; anche qui la fede è stata commercializzata e in molti casi ridotta a una questione di denaro, di offerte, anche se chiaramente non si può mai generalizzare e ho potuto assistere a cerimonie anche molto suggestive, come quella dedicata al sacro Gange a Varanasi”. Solo in Tibet Teresa troverà la spiritualità più profonda, quella capace di commuovere. Rientrata in occasione delle scorse festività pasquali, Teresa ha affrontato un “viaggio di piacere” in Perù dove è rimasta due settimane e a Cuba per una settimana, “ma è stata sufficiente per verificare il fallimento di un sistema”. 

In Tibet tra le montagne dell’Himalaya

Poi è piovuta dal cielo, come dice lei, l’opportunità di lavorare come accompagnatrice turistica per condurre un gruppo di nove persone venti giorni in Tibet ed è qui che gli occhi di Teresa vedono ciò che resterà per sempre nel suo cuore.
“Sapevo di non poter portare con me nessuna pubblicazione relativa al Tibet così come sapevo che non avrei dovuto mai nominare il Dalai Lama, ma non mi aspettavo di trovare telecamere ovunque, sul nostro autobus addirittura tre. La polizia cinese mi ha fatto il terzo grado e ho dovuto comunicare con precisione ogni dettaglio del viaggio. La capitale Lhasa si sta trasformando in una Hong Kong tibetana, un orrore non in linea con la cultura del posto e l’immenso Potala si può visitare ma solo per un’ora al massimo e sembra di essere all’interno di un luna park. I turisti cinesi si fotografano negli abiti tradizionali tibetani in mezzo ai pellegrini tibetani che hanno camminato per giorni, settimane, a volte mesi, per pregare intorno al Jokhang, il tempio buddista più sacro per loro, nella stessa piazza in cui decine di monaci si sono dati fuoco tra il 2008 e il 2015 per protesta. Ovunque, anche sui muri delle case tibetane, ci sono scritte in cinese con lodi al governo della Cina ma intanto i tibetani non possono uscire dai confini (servono sedici timbri e l’ultimo viene immancabilmente rifiutato). 

Insomma hanno messo il bavaglio a un intero popolo destinato all’estinzione perché le nuove generazioni cresceranno con un’educazione cinese. La storia del Tibet è soltanto una fra le tante tristi storie nel mondo, storie che però meritano di essere ascoltate e capite e che sono fortemente interconnesse con la storia di tutta l’umanità. I cinesi sono dappertutto nel mondo – conclude Teresa – e i nostri politici dovrebbero aprire gli occhi e provare a immaginare orizzonti politici e culturali meno claustrofobici di quelli attuali, invece di litigare costantemente, promuovendo così un messaggio di distruzione piuttosto che di costruzione.  Guardando al mio futuro, la valigia è sempre pronta ma più viaggio, più mi rendo conto del privilegio di vivere in un paese come l’Italia, con tutte le sue bellezze. Ora darò una possibilità al mio Paese”.

Sara Gelli