Studentessa e care giver, l’Università le sbatte la porta in faccia

0
87

Il nostro è un Paese ingessato, immobile, schiacciato da una burocrazia elefantiaca. Il mondo dell’università non sfugge a tale tendenza e restare incastrati nelle maglie di questo sistema inflessibile è ben più di un’eventualità. La storia della studentessa 25enne Erika Borellini, di Rovereto, ne è un esempio tanto eclatante quanto amaro. La vita di Erika è difficile, durissima, e simile a quella di molti altri giovani care giver come lei: dal maggio 2013, sua madre, Lorenza, dopo un gravissimo aneurisma cerebrale, è infatti imprigionata nel suo corpo. Chiusa dentro se stessa, prigioniera di un corpo incapace di muoversi e parlare, Lorenza sbatte solo le ciglia. E’ così che comunica con la figlia e il marito Stefano. Dopo un lungo calvario in ospedale, Lorenza da anni è tornata a casa. Le sue capacità cognitive sono intatte: “mia madre – spiega Erika – è praticamente immobile, i muscoli sono rigidi, e non riesce a parlare ma ride con noi, coglie al volo battute e doppi sensi. Se ci vede abbattuti o arrabbiati se ne accorge immediatamente. Comunica con noi con gli occhi, ci prende in giro con uno sguardo. Ogni chiusura prolungata dell’occhio corrisponde a un sì: abbiamo imparato a fare domande binarie e lei ci risponde con un battito di ciglia. Nel corso del tempo ci sono stati piccoli miglioramenti, non ha più dolori e nel weekend ci dedichiamo a qualche gita in giornata per stare in mezzo alla gente e all’aria aperta”.
Nonostante il peso della cura, Erika non ha mai rinunciato agli studi e, a febbraio, dividendosi tra casa, ospedali, visite e università, è riuscita a laurearsi in Ingegneria Elettronica all’Ateneo di Modena. Con una laurea triennale in tasca, Erika non ha intenzione di fermarsi: “il mio obiettivo – spiega – è quello di frequentare la Magistrale in Electronics Engineering ma il voto di ammissione è di 85/110 e io mi sono laureata con 84/110. All’inizio dell’anno ho chiesto al Senato Accademico, attraverso il Rettore, una deroga, considerate le condizioni con cui posso frequentare le lezioni, predisponendo tutta la documentazione medica e legale in mio possesso, sostenuta anche dal Presidente del Consiglio di Interclasse di Elettronica, ma, sinora, ho ricevuto solo porte in faccia. Non chiedo favoritismi, semplicemente un poco di flessibilità”.  Un punticino che, paradossalmente, se Erika si fosse iscritta come studentessa lavoratrice (part time) non avrebbe alcuna importanza, poiché in quel caso “essendomi laureata in quattro anni e non in sei, come prevede lo statuto, alla mia media sarebbero stati sommati due punti e dunque io avrei conseguito un punteggio di 86/110 e non si sarebbe creato questo vespaio”. Dopo mesi dalla richiesta e varie insistenze, il 6 agosto Erika è stata convocata al Dipartimento di Ingegneria di Unimore con l’assistenza del rappresentante degli studenti. “Al cospetto della rappresentate della Giunta accademica, professoressa Elena Bassoli, in rappresentanza del Rettore, mi è stato comunicato che per un punto non merito di accedere alla Magistrale. Ho cercato di spiegare nuovamente la mia situazione ma essere un care giver ai loro occhi non conta nulla. La professoressa mi ha definita ammirevole ma ha ribadito come, per una questione di equità nei confronti degli altri studenti, non si possa creare un precedente”.
Un no definitivo di fronte al quale Erika non vuole arrendersi e ha presentato un’istanza al difensore civico di Unimore: “non possono trattarmi così. Lo studio è un diritto e io mi sento presa in giro. Per mesi sono rimasta in attesa di una risposta e, per portarmi avanti, ho acquistato tre corsi della Magistrale in Electronics Engineering – peraltro non rimborsabili – e ho iniziato a frequentare le lezioni per poter preparare gli esami. Quindi, in sostanza, avendo pagato, Unimore malgrado il no che mi ha rifilato, in attesa della sentenza definitiva mi reputava all’altezza. Alla faccia della mia media… è davvero scandaloso”.
Nel frattempo Erika ha fatto domanda di iscrizione a Ingegneria Meccatronica a Reggio Emilia dove la media richiesta è di 80/110: “avrò numerosi esami integrativi da fare e questo aumenterebbe il carico di studio ma io non mollo. Quel che mi fa più male è sentire il Rettore – e non solo – ripetere continuamente che questo Paese ha bisogno di laureati e di ingegneri e poi, per un cavillo, vengo esclusa. Vorrei poter accedere alla Magistrale di Electronics Engineering più di qualsiasi altra cosa e non mi prendono. Siamo davvero al paradosso”.
La madre di Erika non è mai sola e la figlia le dedica ogni momento libero: “di giorno, quando sono all’università, ad aiutare mio padre c’è una badante, mentre alla sera e nel fine settimana io sono tutta per lei. Esco solo una sera alla settimana con il mio fidanzato, e ogni volta chiamo mio padre, il quale le avvicina all’orecchio il cellulare, affinché io possa dirle che sto bene e tornerò presto. Una madre non deve stare in pena per la propria figlia. Tutto gira intorno a lei, ma lo facciamo volentieri. Siamo sempre stati una famiglia unita e io sono molto attaccata ai miei genitori. Ho 25 anni, da sei sono una care giver, ma sono felice di ricambiare tutto l’amore che mia madre, per 19 anni, mi ha manifestato. Credo sia l’unica cosa giusta da fare”.
Una scelta, quella di Erika, che meriterebbe di essere premiata dal mondo accademico: una maggiore flessibilità di fronte a un caso specifico non rischia certo di inficiare la presunta validità del sistema e la tanto sbandierata equità di trattamento.
Jessica Bianchi