La Compagnia delle Lucciole brillerà al Teatro di Soliera

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Tre artisti che vogliono illuminare i teatri con la luce delle loro idee e dei loro giovani cuori. Sono Mariangela Diana (27 anni), Federica Cucco (27 anni) e Paolo Bruni (23 anni) uniti da una passione, quella per il teatro, che li ha portati a partecipare a corsi e seminari e a fondare nel 2016 la Compagnia delle Lucciole con cui si stanno conquistando, poco alla volta, uno spazio nel teatro contemporaneo. Il 7 febbraio debutteranno al Nuovo Cinema Teatro Italia di Soliera con lo spettacolo da loro scritto e realizzato Da grande voglio fare il mafioso.

“Le lucciole sono creature piccole e delicate – racconta Federica Cucco – ma sono capaci di volare in alto e, soprattutto, sono le uniche a brillare di luce propria, e il nostro motto è sempre stato quello di farci strada contando solo sul nostro impegno e sulle nostre capacità”. 
La Compagnia negli ultimi anni ha collaborato con importanti rappresentanti del teatro contemporaneo, da Stefano Cenci a Eleonora Pippo, a Elisabetta Di Terlizzi, avendo così la possibilità di calcare importanti palchi italiani.

La compagnia ha inoltre viaggiato molto, dopo aver vinto bandi di teatro e di drammaturgia, portando così i propri progetti teatrali al pubblico che ha risposto ogni volta in maniera positiva.
Le Lucciole hanno recitato a Roma, Napoli, Ferrara e Parma, portando in scena, ogni volta, testi originali che si ispirano a fatti di cronaca o a suggestioni che catturano la loro attenzione.

L’ultima produzione, Da grande voglio fare il mafioso, in collaborazione con l’associazione Libera contro le mafie, è dedicata al processo Teseo del 2011 che ha visto la piccola città di Serramazzoni al centro di azioni mafiose.

“Per rappresentare questo testo – prosegue Federica – ci siamo cimentati nello studio dello spettacolo Morte accidentale di un anarchico del grande Dario Fo”.

Come avete tradotto con linguaggio teatrale un fatto così grave?

“La sceneggiatura è una traduzione ironica e pungente del caso Teseo, l’inquietante fatto di cronaca ambientato nel 2012 a Serramazzoni. Un caso che ha coinvolto tentate estorsioni, incendi, turbativa d’asta, corruzione, minacce, in un luogo placido e sereno popolato da poco più di ottomila anime. Al Nord, dove la mafia sembrerebbe non esistere. Dieci anni di indagini raccolti in 60 minuti di spettacolo, l’unione essenziale di particolare e universale rendono questa piccola storia italiana emblema di qualcosa di molto più grande e molto più pericoloso. Un campanello d’allarme all’assopimento generale della nostra società, dove nulla è reale fino a quando non ci accade, dove tutto è fittizio e televisivo finché non è palpabile e oramai imminente. Lo spettacolo si sviluppa in bilico tra reale e surreale, su un filo ben teso e sicuro affiancato dalla conoscenza e dalla vocazione dell’associazione Libera contro le mafie, fondamentale nella stesura e nello sviluppo delle informazioni. Uno studio verticale di un caso specchio di una situazione italiana silenziosa ma letale, ironie antifrastiche che desiderano far sorridere e ridere lasciando interrogativi e riflessioni. Non si punta il dito, ma si indossano le stesse giacche, si sorridono gli stessi ghigni, si impara da loro, si conoscono e si studiano. I due attori in scena svolgono i ruoli, mastri e burattinai, dell’intera vicenda. Dall’Uomo, denominato il Calabrese, fino alla Capra dalla testa mozzata, tripudio finale di azioni dell’essere umano corrotto, tanto assurde da essere ormai credibili soltanto se cinematografiche. Si ride e si riflette. Ci si arrabbia e ci si mette in dubbio, perché è questo il ruolo del Teatro: suscitare delle domande”.

Le nuove tecnologie digitali stanno spingendo sempre più le persone a consumare la cultura da soli, nel chiuso delle proprie case. Cosa si può fare per invogliare la gente a uscire e a frequentare cinema e teatri? 
“In questo contesto il teatro è chiamato a trovare nuovi linguaggi e spazi per portarsi al di fuori dell’ambiente convenzionale. I teatri stabili italiani dovrebbero valorizzare maggiormente le compagnie dando loro modo di potersi misurare su palchi importanti. Il linguaggio inoltre dev’essere in linea con l’urgenza sociale che scandisce il nostro quotidiano, dovrebbe farsi un’energica scrollata di spalle per togliersi tutta la polvere di dosso. Come ci ha insegnato Pasolini, I maestri sono fatti per essere mangiati. In salsa piccante. Devono essere mangiati e superati, ma se il loro insegnamento ha un valore, ci resterà dentro”.

Chiara Sorrentino 


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