È VICINISSIMAAA!

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Lo champagne è in ghiaccio. Il Carpi aggiunge un’altra pedalata lunga e si porta a soli 6 punti dalla serie A. Supera lo striscione dell’ultimo chilometro con disinvoltura disarmante. Non lascia nulla per strada, anzi, guadagna altro vantaggio. Si dimostra più forte dell’euforia, delle vertigini, della tentazione di rilassarsi. E di un buon avversario, il Cittadella: grande senso del gioco, organizzazione chiara, atleti ideali per ripartire veloce, ottima condizione generale, tante soluzioni davanti. Metterselo alle spalle sarà esercizio durissimo per tutte le pericolanti.
Gli ImmortAli però sono davvero troppo per chiunque. Per vincere si fanno bastare il pilota automatico. E non può esserci solo fortuna laddove ha domicilio la regolarità. È il topos degli ultimi mesi, praticamente sempre la stessa partita che si ripete in trasferta: il Carpi se ne impossessa piano piano, 15-20 minuti di lievitazione territoriale, il tempo che serve a Bianco per diventare il padrone tecnico della scena; poi Lollo detta due o tre brani di pressing feroce, l’avversario sbanda dallo spavento, e appena abbozza una reazione perde contatto; a quel punto il gol giunge spontaneamente, una conseguenza naturale della sopraffazione fisica; dall’intervallo, non rientra una squadra, bensì un branco di barracuda, che è diverso: palla subito in verticale e tutti ad accorciare per chiudere il conto entro il primo quarto d’ora. Se il raddoppio arriva bene, altrimenti scatta il piano antincendio: Romagnoli scala da libero a zona, Porcari si abbassa di 10 metri e riallinea le marcature preventive sul limite dell’area, Sabbione subentra per aggiungere tonnellaggio, e soprattutto testosterone, nelle mischie. A tutto quel poco che sfugge provvede l’Arcangelo custode, ovvero il miglior portiere under 23 che oggi gioca in Italia. Ovvero uno dei tre MVP biancorossi della stagione. Se Mbakogu è stato senza dubbio il migliore dell’andata, per eleggere quello del ritorno bisogna tirare a testa o croce tra Gabriel e Di Gaudio.
GABRIEL – Il brasiliano è ormai un numero uno di valore internazionale. Esprime una diversità assoluta, qualcosa che lo porta più in là di tutti: domina le partite sul piano mentale. Te lo trovi davanti e sai già che non gli farai gol. Vince gli uno contro uno per frustrazione, l’ultima mossa è sempre sua: tiene fermo in avanti il baricentro finché non è definito l’indirizzo del pallone. Più gioca e più vengono fuori i tratti del predestinato: la raffinatezza dei fondamentali tecnici, un’esplosività surreale nelle fasi di volo. E soprattutto il dono del vaticinio, che è lo stigma dei grandi portieri: quel coniugio tra istinto ed intelletto che consente di prevedere la parata o l’uscita prima di effettuarla, una volta memorizzate ed elaborate le traiettorie del traffico e del pallone. Ha finito imbattuto 19 delle 32 partite che ha disputato. Solo in 5 sono riusciti a bucarlo su azione (Barillà, Nadarevic, Comi, Ceravolo e Sansovini del Pescara, unico nel ritorno).  Solamente uno  (Vantaggiato) è riuscito a sorprenderlo dal limite (su punizione). Nessuno da più lontano.
DI GAUDIO – Totò, a sua volta, ha finito di diventare un esterno moderno di interesse nazionale. Non ce ne sono tanti in Italia che, come lui, abbinino quella velocità a così tanta quantità di corsa. E che siano anche decisivi dove le partite si decidono. Cioè nel dribbling e sotto porta. Che sapesse coprire disciplinatamente 80 metri di campo, lo sapevamo già. Che fosse in grado di costringere regolarmente il suo uomo all’ammonizione, pure. Ma, altrettanto, fino a quest’anno gli riconoscevamo parecchia difficoltà di gol. Ora non più. Ai suoi ha aggiunto quelli che Concas ha lasciato liberi. È arrivato a quota 8: se scorrete le classifiche marcatori depurate dai rigori, vedrete che nessuna ala di ruolo in B ha segnato di più. In A solo Gabbiadini e Callejon. Si sta insomma compiendo la profezia di un grande uomo di campo, uno sciamano della nostra terra di calcio, che del Carpi è stato buon giocatore prima di diventarne fiero avversario dietro la scrivania del Castelfranco: Paolo Chezzi. Fu lui a trovare Di Gaudio perso nella sua isola, ostracizzato dall’allenatore, distaccato e pericolosamente disamorato dal gioco. Fu lui a fargli passare l’idea di smettere: “Questo è un biglietto aereo di sola andata per Bologna” – gli disse prendendolo per il bavero – “Ai dettagli penso io, giocherai per noi, poi ti spiego dove. Qui a Palermo ti garantisco che tornerai. Per giocarci in Serie A”. Manca davvero poco, resta solo l’ultimo rettilineo da percorrere. Il giorno è vicinissimo. Già domenica, con una combinazione di risultati favorevoli, potrebbe essere quello giusto.
Enrico Gualtieri

 

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