La rivolta anticinese infiamma Hong Kong

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Il manager carpigiano Franco Pantaleoni, che vive e lavora da anni a Hong Kong, si è trovato in mezzo alla sollevazione giovanile nei confronti del regime comunista cinese.
Come hai vissuto la protesta?
“Da una parte ho ammirato la correttezza e la civiltà della sollevazione giovanile. Non ho visto atti di vandalismo, nessuna deturpazione nè dei beni comuni nè di quelli privati.  A questo vorrei aggiungere che, sin dalle prime ore della protesta, ho attraversato e ancora oggi attraverso a piedi, per motivi di lavoro, i più importanti presidi dei dimostranti e non ho avuto nessuna difficoltà, ho incontrato persone di tutte le età, famiglie con bambini piccoli, anziani, altre che pulivano la strada e, cosa importante, se c’erano dei poliziotti se ne stavano tranquilli: non li ho visti in assetto di guerra fra i dimostranti. Insomma niente di paragonabile alle manifestazioni alle quali ho assistito nel nostro Paese. Vorrei sottolineare, ancora una volta, un aspetto che mi ha colpito molto: il rispetto del bene pubblico che hanno i dimostranti. Non ho visto nessun atto di vandalismo. Per manifestare il loro pensiero usano dei post-it colorati e li appiccicano ai muri oppure scrivono il loro pensiero su fogli di carta e li attaccano con lo scotch sugli autobus fermi all’interno dell’area della protesta o sui muri.  Dall’altra sono meravigliato della durata della dimostrazione. Immaginavamo tutti che sarebbe stata lunga, ma non così tanto. Ormai è più di un mese che i dimostranti stanno occupando alcuni incroci nevralgici della città. Il disagio che creano si sta riflettendo sull’economia della comunità e questo non piace ai cittadini, i quali si stanno indispettendo. Si assiste a contro dimostrazioni (nastrini blu) a supporto della Polizia (a Hong Kong la polizia è molto stimata e, personalmente, la ritengo una delle migliori al mondo) e a supporto del sistema economico e del business. Praticamente una parte dei cittadini manifesta per la “democrazia” e un’altra chiede ai dimostranti di smetterla perchè stanno danneggiando l’economia e l’immagine di Hong Kong”.
La richiesta di democrazia da parte degli abitanti di Hong Kong nei confronti della Cina è però forte. Non temono ripercussioni?
“Non è stata una sollevazione popolare come la intendiamo noi occidentali. Non credo che la maggioranza della popolazione di Hong Kong sia così sensibile alla politica partitica, come lo è verso il business. Non sono sicuro che la maggioranza della popolazione voglia il suffragio universale, ma di certo vogliono continuare ad avere libertà di parola e di associazionismo. Credo che gli hongkonghesi e il governo centrale cinese siano consapevoli che il processo verso la democrazia sia lungo e irto di difficoltà. A questo punto sarebbe interessante dare un significato alla parola democrazia: una cosa è la governance, un’altra è la libertà di parola e di associazionismo. A Hong Kong ci sono stati gli inglesi per 150 anni e hanno istituito il governatorato. Mi chiedo perchè in 150 anni non abbiano dato il suffragio universale ai cittadini di Hong Kong. Chi decideva che il governatore doveva governare Hong Kong? I cittadini o la Regina? E la Regina che ne sa della vita e della cultura di Hong Kong, se non per sentito dire? Perchè quando la Thatcher  e Deng Xiaoping hanno firmato il trattato dell’annessione di Hong Kong alla Cina non hanno chiesto il parere dei cittadini? Hong Kong non ha mai avuto un sistema politico “democratico” ma ha sempre goduto della libertà di parola e di associazione. Ed è questo che secondo me gli abitanti vogliono mantenere. Un’ultima considerazione: se gli inglesi avessero concesso la democrazia a Hong Kong prima dell’annessione alla Cina, non credo che la Cina una volta annessa  Hong Kong avrebbe cambiato il sistema. Il sistema capitalistico di Hong Kong serve anche alla Cina e si sapeva anche prima del 1997. I soldi “cinesi” erano già  qui prima dell’annessione, per questo credo che non convenga alla Cina destabilizzare questo sistema capitalisticor. Ricordiamoci lo slogan di Deng Xiaoping: ‘One country two systems’ (Un paese, due sistemi). Non credo che ci siano preoccupazioni di invasioni militari, ma dobbiamo considerare che Hong Kong per il governo cinese è una città in una regione autonoma,  come d’altra parte anche Shanghai. Il governo cinese deve indirizzare e gestire il cambiamento di una nazione che conta 1.5 miliardi di persone. Chi, come me, è in quest’area da circa 30 anni ha avuto la fortuna di vedere che cosa significa gestire il passaggio da un paese a economia comunista a uno a economia capitalistica, attraverso un’ottica culturale molto diversa dalla nostra”.
Come osservatore straniero non ti è parso che le autorità governative siano state vittima della loro stessa propaganda sulla correttezza del loro modo di governare?
“Sulle promesse iniziali, i miei amici hongkonghesi mi hanno confermato che non tutte le cose sono rimaste tali, ma credo che per noi occidentali siano stati dei cambiamenti a volte impercettibili che  non hanno intaccato la vita quotidiana. Alla maggioranza della popolazione interessa essere governata da una persona che sia in grado di mantenere e sviluppare il business a Hong Kong. Una figura non partitica/politica, ma economica/politica: questo governatore non è ritenuto  capace. Gli viene imputato il fatto di essere stato molto più dalla parte degli immobiliaristi e costruttori che dalla parte della classe media. Infatti gli affitti e il costo degli immobili sia privati che commerciali sono a livelli che nessun membro della classe media si può permettere. In questo modo soltanto i Tycoon aumentano i loro profitti chiudendo gli interstizi di mercato alla classe media che si vede preclusa un’eventuale crescita sia economica che sociale. Si rischia di aprire attività commerciali e avere un profitto irrisorio, perché la maggior parte delle entrate va a coprire i costi di affitto. In questo modo la classe media non riesce a crescere. Una delle cause dell’aumento dei costi degli immobili è l’apertura ai “mainland cinesi”: i ricchi della Cina vengono ad Hong Kong e comperano case e negozi come investimento facendo lievitare i prezzi e questo agli hongkonghesi non va bene”.
Lo sfociare della protesta studentesca e giovanile nelle piazze e nelle strade non significa che chi detiene il potere è refrattario a ogni critica e insofferente a ogni manifestazione di dissenso?
“No perché hanno apostrofato il governatore con slogan e cartelloni definendolo “the Wolf “e nelle caricature lo rappresentano con le sembianze di un lupo.  Diverso qui è il modo, pacifico e civile con il quale si svolge la dimostrazione. Per capire meglio occorre considerare che culturalmente nessuna delle due parti può perdere la faccia, per questo motivo il braccio di ferro dura ormai da un mese. Credo però che l’attuale governatore abbia fatto un errore iniziale, quello di non accettare il confronto con gli studenti e di non essersi mosso tempestivamente. In ogni caso questi sono problemi interni al loro paese e noi occidentali dobbiamo analizzarli come tali, scevri dall’atteggiamento colonialista che ci contraddistingue. Inoltre credo ci sia una grossa ignoranza da parte nostra. Come si fa a esprimere giudizi senza conoscere minimamente il crogiolo culturale nel quale si sviluppa una determinata situazione? Questo è un “mondo” profondamente diverso dal nostro con le sue regole e i suoi equilibri”.
Cesare Pradella
 

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