L’integrazione va in scena al Vallauri

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“Quando ho iniziato a insegnare all’Istituto Vallauri, nel 1987, c’era un solo ragazzo straniero: un congolese. Oggi sono 180 e rappresentano un terzo della popolazione scolastica” commenta il docente di Italiano e Storia, Paolo Gera. “Ogni giorno, ogni lezione, rappresentano una sfida straordinaria. Bellissima. Il nostro istituto è un crogiolo di culture e tradizioni diverse. Qui si concentrano anche situazioni complesse, con ragazzi difficili. La scuola è lo specchio della società reale. Un microcosmo che riflette le dinamiche esterne. Un osservatorio privilegiato”, prosegue il docente. E la scuola può diventare un importante e prezioso laboratorio di buone pratiche: “occorre trovare gli strumenti necessari per sviluppare collaborazione ed empatia tra i vari gruppi etnici, affinché si possa convergere verso obiettivi comuni.  Condivisi”. Le Olimpiadi dell’Intercultura rappresentano l’ennesimo passo avanti fatto dal Vallauri verso l’integrazione. “Da anni i nostri ragazzi partecipano alle Olimpiadi della Matematica una formula che si è rivelata davvero vincente. Mi sono chiesto perché non giocare la stessa carta sul tema dell’Intercultura?”. Le olimpiadi sono nate così, in punta di piedi, come tutte le cose belle, dopo anni di sensibilità da parte dell’istituto al tema dell’integrazione scolastica, attraverso l’organizzazione puntuale di “corsi di alfabetizzazione alla lingua italiana e di rinforzo linguistico”, in un panorama nazionale alquanto desolante. Basti pensare, continua Paolo Gera,  responsabile dell’Intercultura dell’Ipsia di Carpi, “che il Ministero non prevede alcun piano per l’integrazione, demandando ogni progetto alle autonomie scolastiche”. L’idea alla base dell’innovativo progetto era quella “di avvicinare i ragazzi delle varie etnie, che tendenzialmente fanno gruppo tra loro, affinché imparassero qualcosa della cultura e dell’esperienza degli altri”. Obiettivo pienamente riuscito. La prima edizione delle Olimpiadi – che hanno fatto guadagnare alla scuola, unica in Provincia di Modena, il titolo di associated school da parte dell’Unesco – è andata in scena il 21 e 22 marzo, (grazie alla collaborazione dei docenti Davide Bergamaschi, Emanuela Croci, Rosanna Gariano e Angioletta Taurasi) quando una sessantina di ragazzi si sono presentati volontariamente per vivere l’originale esperienza. “Gli studenti sono stati divisi in gruppi che rispecchiavano la composizione etnica dell’istituto e si sono confrontati su varie materie: dalla geografia alla musica, dalla religione alla lingua, dallo sport all’etica”. Ed è stata proprio l’etica ad accendere il dibattito “profondo e partecipato”, spiega Gera, il quale ha stimolato i ragazzi a discutere circa il metodo adottato dai chirurghi di guerra: il triage secondo Gino Strada, fondatore di Emergency, si basa sulle possibilità di sopravvivenza del paziente e non sulla sua gravità. Nel senso che si opera chi ha più possibilità di rimanere in vita durante e dopo l’intervento, invece di soccorrere il paziente più grave ma con meno possibilità di salvezza. E allora chi deve essere operato per prima? Un padre, una madre, un bambino o un nemico?
“Le risposte sono state diverse: molti hanno privilegiato il nemico, per lanciare un segnale concreto di pace. E’ stato davvero un bel momento di crescita personale. La partecipazione di questi ragazzi è la vera vittoria dell’iniziativa”, conclude il docente. Un modo diverso di fare lezione, divertente e partecipato che ha visto il protagonismo dei ragazzi. Tutti. Anche di coloro che faticano maggiormente a sentirsi parte integrante di un gruppo, come ha ben riassunto un giovane senegalese: “per la prima volta mi sono sentito davvero parte di questa scuola”.
Jessica Bianchi

 

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