Massimo Cacciari – Ci sono più cose in cielo e in…

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C’è un equivoco fondamentale che persiste da secoli nella filosofia occidentale, praticamente sin dalle sue origini. Ed è proprio tale fraintendimento che il filosofo-sindaco Massimo Cacciari è venuto a illustrare sabato pomeriggio a Carpi, davanti a una piazza stracolma, alle spalle di un Duomo fasciato dalle impalcature come si indossa un vestito troppo stretto. “Che cos’è la filosofia – ha esordito il pensatore veneziano – se non la meditazione sull’ente? Badate bene, ho detto ‘ente’, non ‘essere’. La filosofia nasce proprio da lì, dalla meraviglia circa la presenza dell’ente. Ora, il problema è che l’ente si può definire in molti modi: possiamo per esempio distinguerlo secondo il genere, la materia di cui è composto, le categorie – quantità e qualità – ma in questo modo si è passati dalla domanda che si interroga sulla presenza della cosa ultima, irriducibile, a quella che riflette intorno alle categorie di cui è composta la cosa stessa. Dall’ente all’essere. Ma le categorie non sono la cosa, bensì la sua relazione col mondo”. E’ seguendo questa visione – nata, secondo Cacciari, da un’interpretazione classica di Aristotele – che, se si assume che il nostro descrivere l’ente sia tutto ciò che esiste, la logica conseguenza è che l’ente in quanto tale sia, appunto, ni-ente. Da qui il nichilismo: “Alla domanda Quod est extra animam? – Cosa c’è oltre l’anima? – i nichilisti rispondono niente. La mia tesi è che non solo non sia così, perché invece la cosa continua a starci di fronte, a resistere alla nostra volontà di determinarla, di ridurla alla semplice sommatoria delle categorie tramite le quali noi la descriviamo, ma che neppure Aristotele, e ancor meno Platone, la pensassero in questo modo”. Insomma, secondo Cacciari, al di là della predicazione dell’ente non v’è il nulla, il non-essere, bensì La cosa ultima, così come recita il titolo della sua lectio magistralis. Certo, ammette il filosofo, forse il nostro linguaggio non ha le parole per dire questa cosa ultima, perché il termine ‘cosa’ deriva dal latino ‘causa’, ed è posta quindi in relazione con il mondo, “ma la consapevolezza che l’ente sia qualcosa di ulteriore, di ultimo – o primo, potremmo anche dire – deve essere l’orizzonte che sottende a tutte le nostre interrogazioni e indagini”. Compito odierno della filosofia è, di conseguenza, “non certo quello di lottare contro vecchi idoli e dei, bensì contro il dogmatismo dell’intelletto, per ricordare alla scienza quale sia il limite della sua portata”. ‘Ci sono più cose in cielo e in terra di quante non ne sogni la tua filosofia’, dice Amleto a Orazio. Un appello affinché si conservi lo stupore per ciò che esiste; stupore che corre a volte il rischio di essere sepolto sotto una catena di rapporti causa-effetto che sono sì utili a comprendere molte cose, ma che non possono avere la pretesa di racchiudere tutto ciò che è.
Marcello Marchesini

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