Professione fotografo

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Ci sono due donne che camminano in mezzo alle tende. Piove e con un cellophane si riparano la testa e le spalle. Sembrano due fantasmi. “Ma la foto a cui sono più legato è quella in cui una donna sta raccogliendo effetti personali fra le macerie della sua casa”.
Francesco Cocco, carpigiano d’adozione, fotografo, fa parte dal 2003 dell’Agenzia Contrasto: in occasione della prima scossa, quella del 20 maggio, ha iniziato a lavorare nelle zone colpite dal sisma e da allora non si è ancora fermato, ma i segni della stanchezza cominciano a farsi sentire.
“A differenza del passato, racconto qualcosa che è successo a casa mia, sul territorio in cui vivo e ciò mi tocca profondamente”.

Cocco è stato tre volte in Afghanistan in zone di crisi per raccontare, per conto di Emergency, la storia delle vittime della guerra. E’ andato in Cambogia per realizzare scatti che parlassero dei diritti negati. Ha seguito per mesi un’equipe di Medici Senza Frontiere impegnata a portare assistenza sanitaria agli stranieri che sbarcano sulle nostre coste. Immagini forti. Insomma, non si può proprio dire che gli manchi la corazza.

“Eppure stavolta è diverso. Non basta un volo in aereo o un lungo viaggio per trovare tregua rispetto al lavoro, rientrando nella propria casa. Non si può restare immuni perché tutto è qui, a casa mia e ha ferito profondamente la mia gente che adesso vive nel dolore e nel disagio”.
Le sue fotografie sono finite su Vanity Fair, Panorama, l’Espresso e l’Internazionale, che ha dedicato la copertina al terremoto.

A volte sono i foto editor delle testate nazionali o estere che lo contattano direttamente. A volte è l’agenzia Contrasto che individua il fotografo più adatto per un certo tipo di servizio fotografico.
“Il mio è un lavoro d’autore in bianco e nero. Il colore lo uso solo se espressamente richiesto. La scelta del bianco e nero risponde a una visione. La lettura di una fotografia in bianco e nero è più immediata: per forma e contenuto, il bianco e nero è un modo più diretto per raccontare. Non è vero che enfatizza e rende più tragico il contenuto di una foto: semplicemente un’immagine a colori colpisce anche per la scelta estetica dei colori stessi. Io non li vedo ma non perché sia daltonico”.

Quando, durante i workshop, qualcuno domanda se oggi c’è ancora spazio per chi del fotogiornalismo vuole fare un mestiere, “sono in difficoltà a rispondere. Con la crisi la situazione si è complicata. Oggi è più facile che sia il fotografo a raccogliere storie e a proporle, per cui occorre investire su di sé e sul proprio lavoro”. Un settimanale può pagare un servizio 2.500 euro, una copertina può arrivare a 800 euro.

“Il fatto è che Prisons è un servizio sul quale ho investito quattro anni e mezzo mentre Nero per Medici Senza Frontiere è un lavoro di circa tre anni”.
Con l’avvento del digitale sono diventati tutti fotografi ma “se posso dare un consiglio – rivela Cocco – io credo che chi vuole fare questo tipo di mestiere deve avere delle cose da dire. Fare il fotografo a certi livelli presuppone un rapporto molto diretto con il mondo, di cui si deve avere una visione personale. E’ questo che può fare la differenza: la visione fotografica viene di conseguenza, supportata dal talento e dal costante allenamento. Non è per niente facile e, di sicuro, non lo si fa per guadagnare soldi.

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