Un’avventura chiamata Kirghizistan

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Nel 1991 il crollo dell’Unione Sovietica ha lasciato “libera” una minuscola repubblica. Una perla grezza tutta da scoprire. Stiamo parlando del Kirghizistan, un paese che dona agli occhi del viaggiatore lo splendore delle catene del Tian Shan centrale e del Pamir Alay, le montagne più belle dell’Asia centrale e, ancora, altipiani verdissimi, ricchi di fiumi e laghi. Una natura dal sapore selvaggio, tutta da assaporare. Con calma. Magari in sella ad una bicicletta.

A raccontarci la loro avventura in questa terra semi sconosciuta ai più, sono quattro carpigiani che, con le loro mountain bike ne hanno calcato le strade impervie e sterrate: Elvisio Malagoli, Walter Golinelli, Angelo Lucchini e Stefano Merzi. “Il nostro primo amore – ci raccontano Elvisio e Walter – è la motocicletta. Sin da piccoli a bordo delle nostre moto saltavamo su e giù dall’argine del Secchia… Poi, col passare degli anni, siamo passati alla mountain bike e, dal 1996 a oggi, ogni anno, insieme a un gruppo di amici, organizziamo un viaggio”.

Viaggi insoliti i loro, al di fuori delle consuete rotte: “dalle cime del Ladakh indiano alla cordigliera andina peruviana, il nostro desiderio è quello di viaggiare sempre fuoristrada, completamente immersi nella natura, nel silenzio… la mountain bike regala sensazioni molto diverse rispetto alla bicicletta da corsa. Noi non maciniamo asfalto da Carpi a Baiso e ritorno, in mezzo ai clacson e allo smog; noi scegliamo i profumati sentieri di montagna, tra gli animali e i boschi. La nostra guida è varia e sempre sull’attenti, per scansare un sasso, una radice, una buca troppo profonda”. Gambe ben allenate le loro, un motore potente, che li spinge sempre più in alto.

“Il viaggio in Kirghizistan dello scorso agosto – continuano – si è svolto tutto in altura, dai 2mila ai 4mila metri e questo ha favorito il nostro adattamento, anche se l’altitudine implica sempre uno sforzo notevole”. Dopo aver lasciato Bishkek, capitale e centro industriale del Kirghizistan, nonché l’unica città al mondo che deve il proprio nome a un utensile di legno – il bishkek è un bidone utilizzato per produrre il latte di cavalla fermentato – il gruppo di viaggiatori, seguito da una jeep con a bordo tende, ricambi e sacchi a pelo, ha proseguito verso la parte Nord del Paese.

Le vette perennemente innevate dei monti dei Kirghisi sovrastano la città dall’alto dei loro 4.800 metri, invitando il viaggiatore a esplorarle e chi potrebbe resistere di fronte a tanta bellezza? “Abbiamo percorso valli e valicato cime sino al Lago Issyk-Kul: una gigantesca e splendida depressione piena d’acqua tra le vette del Küngey Alatau, alte 4.000 metri e la catena del Terskey Alatau. Si trova 1.600 metri sopra il livello del mare e misura ben 170 chilometri di lunghezza e 70 di larghezza, dimensioni che ne fanno il secondo lago alpino salato del mondo per grandezza dopo il Lago Titicaca in America del Sud. Uno spettacolo straordinario che ci siamo lasciati alle spalle per raggiungere il confine con la Cina. Abbiamo pedalato tra antilopi, marmotte, lepri, assaporando il territorio, metro dopo metro. Con calma. In stile Tiziano Terzani”, scherza Walter Golinelli. Perchè la lentezza di un viaggio in bicicletta permette davvero di catturare l’anima più autentica di un paese e di intrattenersi con le persone del luogo.

“Al di fuori della capitale, la maggior parte dei Kirghizi si dedica all’agricoltura e all’allevamento di cavalli, pecore e bovini. Le famiglie di pastori sono nomadi e si dedicano alla transumanza: non hanno acqua corrente, luce, gas… nessuno dei nostri confort, eppure sono ospitali, accoglienti e cordiali. Abbiamo dormito nelle yurte (case mobili costituite da uno scheletro di legno e una copertura di tappeti di feltro, che possono essere smontate, spostate e assemblate in un tempo relativamente breve e si adattano quindi egregiamente a uno stile di vita nomade), abbiamo assaggiato una bevanda a base di latte di cavalla fermentato, vera – e opinabile – passione di questo popolo, e abbiamo mangiato a gambe incrociate per terra insieme ai Kirghizi, una tortura mantenere quella posizione”. Non sono ovviamente mancati gli incontri buffi: “lungo la strada i contadini, nonostante il caldo agostano, ci offrivano vodka a ogni ora. Alcuni Kirghizi ci hanno sfidato a braccio di ferro e un locale ci ha persino intonato una canzone di Celentano”.

Insomma un viaggio da portare nel cuore, per lo meno fino al prossimo, ancora top secret però.

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