L’Europa che cura l’inflazione uccidendo l’economia reale

La rubrica di PAP20

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C’era una volta il racconto della “separazione dei poteri”. Nel secondo Dopoguerra, e ancor più con la nascita del modello occidentale moderno, ci è stato spiegato che la gestione della moneta doveva essere sottratta alle mani della politica. Il ricordo dei sovrani che svalutavano battendo moneta per finanziare le proprie guerre o il fantasma della Repubblica di Weimar negli anni ’20 quando la stampa incontrollata di marchi distrusse il potere d’acquisto creando l’humus per il nazismo, spinsero verso una soluzione tecnocratica: la creazione di Banche Centrali indipendenti. Un dogma che nell’esperimento dell’Unione Europea, però, ha finito per sfondare il muro al contrario. Oggi, con la Banca Centrale Europea (BCE), rischiamo di trovarci di fronte a un soggetto talmente sganciato dalla realtà democratica da perseguire interessi che appaiono diametralmente opposti a quelli dell’economia reale del Continente.

La storia recente dell’Eurozona – dalla gestione della crisi del 2008 alla fiammata inflazionistica post-Covid e post-bellica – ha messo a nudo il peccato originale della BCE. Nelle ultime stagioni abbiamo assistito a continui ritocchi all’insù dei tassi d’interesse (con gli ultimi micro-aggiustamenti dello 0,25% e la minaccia di nuovi interventi). Ma qual è il senso economico di questa mossa?

La teoria economica classica prevede l’aumento dei tassi quando l’economia è “surriscaldata”, cioè quando la domanda interna è drogata da un eccesso di liquidità: troppi soldi in circolazione, troppi consumi, prezzi che salgono di conseguenza. Ma la realtà europea odierna è l’esatto opposto. I redditi pro-capite reali sono in calo, la povertà aumenta e la ricchezza si concentra in pochissime mani.

L’inflazione che stiamo vivendo non è “da domanda”, è un’inflazione importata. È uno shock dal lato dell’offerta, causato dal balzo dei costi delle materie prime economiche essenziali (gas, petrolio, componenti chiave) che l’Europa non possiede e deve comprare da fuori a prezzi geopolitici.

In questo contesto, alzare i tassi d’interesse non risolve la scarsità di gas, ma aggrava la malattia. Rende i mutui insostenibili per le famiglie e strozza le imprese che vorrebbero investire, magari proprio in quelle tecnologie necessarie a superare l’impasse energetico. Se l’inflazione alla fine scenderà, non sarà per una guarigione del sistema, ma per “distruzione della domanda”: avremo semplicemente impoverito la popolazione e fatto fallire le aziende a tal punto da azzerare i consumi. Guardando solo alla stabilità dei prezzi, si ignora il contrappeso sociale della disoccupazione e della tenuta industriale.

Questo corto circuito monetario si inserisce in un quadro politico europeo privo di una reale progettualità virtuosa. Le grandi transizioni sbandierate da Bruxelles si stanno trasformando in boomerang. Si pensi al Green Deal e alla spinta ideologica verso l’elettrico, che anziché liberarci dalle dipendenze estere ci ha consegnato a nuove catene di fornitura extra-UE, mettendo in ginocchio il settore dell’automotive europeo, storicamente trainante per nazioni come la Germania e l’Italia.

E qui si innesta il passaggio più oscuro della recente postura dell’Unione. Di fronte al rischio di un collasso industriale, la soluzione prospettata nei corridoi di Bruxelles non è un piano di investimenti sovrani nell’economia civile, bensì la conversione parziale del sistema produttivo verso l’industria bellica. L’Europa sembra davvero aver smarrito i propri valori fondanti di pace e cooperazione per sposare la logica della “guerra perenne”.

L’Italia si ritrova così infilata in un tunnel economico e geopolitico sfavorevole. Da soli avremmo forse fatto gli stessi errori? Può darsi, ma oggi ci troviamo vincolati a decisioni prese altrove, che non rispondono ai nostri interessi nazionali né a quelli dei cittadini europei. Se il futuro promesso dall’attuale leadership continentale è fatto di tassi alti per difendere i grandi capitali, deindustrializzazione mascherata da ecologismo e un’economia di guerra permanente, è legittimo chiedersi se questa sia ancora la “casa comune” che ci era stata promessa o se sia diventata un comitato d’affari e di geopolitica ideologica che viaggia spedito verso il proprio declino.

 

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