Le Feste dei Santi e dei Morti: le zucche e i riti dimenticati della Carpi di un tempo

Dalle questue dei poveri alle ossa dei morti, fino alle zucche illuminate issate sui pilastri d’ingresso del passo delle case: Luciana Nora, ricercatrice ed etnografa, racconta le tradizioni carpigiane legate alle Feste dei Santi e dei Morti. Un patrimonio di riti e superstizioni che riporta alle origini di un immaginario oggi associato ad Halloween.

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Ossa di morto

Samhain si avvicina. Conosciuto anche come Capodanno celtico, è un’antica festività pagana che affonda le proprie radici almeno nel VI secolo a.C. e si celebra tra il 31 ottobre e il 1° novembre. Il nome deriverebbe dall’antico irlandese e rimanderebbe alla “fine dell’estate”, segnando il passaggio dalla stagione calda a quella più fredda e buia dell’anno. Secondo le credenze popolari, durante questa notte il confine tra il mondo dei vivi e quello degli spiriti si faceva più sottile, permettendo alle anime dei defunti di tornare e agli esseri soprannaturali di manifestarsi. Per proteggersi dalle presenze indesiderate si accendevano grandi falò rituali, mentre davanti alle abitazioni si lasciavano cibo e latte per le anime in visita e per gli spiriti e le fate della mitologia irlandese. Nel corso dei secoli, Samhain ha contribuito a plasmare l’immaginario di Halloween e si è intrecciato con le ricorrenze cristiane dedicate ai defunti e a tutti i santi.

Ma come si ricordavano, un tempo, i propri cari scomparsi a Carpi? Quali usanze accompagnavano le Feste dei Santi e dei Morti nel territorio carpigiano? E quali riti e tradizioni sono riusciti ad arrivare fino ai giorni nostri? A ricostruirne la storia è Luciana Nora, ricercatrice ed etnografa locale.

Con l’arrivo dell’autunno e delle ricorrenze dedicate ai santi e ai morti, per le classi sociali più povere cominciava un periodo particolarmente difficile. “La campagna non offriva più molto e anche il furto di prodotti agricoli, una delle strategie di sopravvivenza a cui si ricorreva, diventava impraticabile. Restava allora la questua: bussare alle porte e chiedere qualcosa da mangiare. Chi poteva permetterselo offriva un’elemosina, spesso in nome delle anime dei defunti. Una consuetudine legata a credenze antichissime, diffuse in buona parte del mondo indoeuropeo, secondo le quali in quel periodo si apriva una sorta di passaggio tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Un varco che, nella tradizione popolare, poteva restare aperto fino alla Vigilia di Natale, quando le anime dei familiari scomparsi erano attese nuovamente nelle case”. Dopo la cena, si lasciava la tavola apparecchiata proprio per loro, “con gli avanzi di pane, vino, burro e altre vivande. Si credeva che, esposti alla magia di quella notte, acquistassero proprietà eccezionali”. Del resto, osserva Nora, “allora si pensava che i defunti avessero ben poche ragioni per dirsi in pace: in una visione che richiama l’immaginario dantesco, quasi tutti erano destinati a espiare le proprie colpe in Purgatorio”. Nelle case di chi poteva permetterselo si preparavano “brodo di fagioli e castagne bollite da offrire a chi bussava alla porta. I questuanti arrivavano attrezzati per raccogliere il cibo: c’era chi portava un gavettino e chi si presentava addirittura con un pentolino”.

Distribuzione dl latte presso la mensa dei poveri di Carpi. La mensa si trovava a pianterreno di Palazzo Pio, nell’area delle carceri l’ingresso del personale era su Piazzale Re Astolfo e la distribuzione sul fianco che verso il teatro. Foto Gasparini Carpi, databile metà Anni Cinquanta

La solidarietà verso i più poveri passava anche attraverso le mense religiose. Presso il convento di San Nicolò, in occasione di Ognissanti e della Commemorazione dei defunti, ai bisognosi “veniva offerto un pasto speciale accompagnato da un dolce particolare: una sorta di pan pepato modellato a forma di ossa incrociate, gli Ossi dei morti. Questi dolci non mancavano neppure nelle pasticcerie, insieme alle fave dei morti. A ricordarlo era anche la pronipote dei celebri pasticceri Melli, che avevano il loro negozio nell’allora piazza Vittorio Emanuele, sotto il lungo portico”.

Pasticceria Melli di Carpi – foto databile 1908

Per chi volesse recuperare i sapori di quella tradizione, Nora riporta anche una ricetta degli Ossi da morto. Occorrono 300 grammi di mandorle dolci sbucciate, 800 grammi di zucchero, 500 grammi di farina e sette albumi montati a neve. Si impastano gli ingredienti aggiungendo il succo di mezzo limone, si ricavano le forme desiderate e si cuociono in forno a temperatura moderata.

Fare l’elemosina, un tempo, non era soltanto un gesto di generosità: sottrarsi alla richiesta poteva essere considerato un cattivo presagio. “Le persone temevano davvero le maledizioni, comunemente chiamate augurazz, e quel timore contribuiva a mantenere viva la tradizione della questua” prosegue Luciana Nora.

Ma è soprattutto nelle campagne che il racconto della ricercatrice incontra un’immagine capace di riportarci direttamente all’atmosfera di Samhain e di Halloween. “Dall’autunno alla primavera, quando le sere erano lunghe e buie, era consuetudine ritrovarsi nelle stalle dei vicini, cercando un po’ di tepore e compagnia. E proprio in quel mondo rurale poteva capitare di imbattersi in una scena alquanto inquietante, soprattutto per i più giovani: il pilastro d’ingresso del passo della casa veniva infatti avvolto in un lenzuolo, sormontato da una zucca svuotata con all’interno un lumino acceso. Una figura spettrale che evocava spiriti e fantasmi nelle notti più buie dell’anno”.

Un’immagine che richiama immediatamente le zucche illuminate di Halloween, ma che appartiene anche alla memoria contadina della Carpi di un tempo.

E così, tra le antiche credenze celtiche e le tradizioni tramandate nelle nostre campagne, riaffiora una suggestione comune: quella di una notte in cui il mondo visibile sembra lasciare spazio all’invisibile. Perché, molto prima che Halloween diventasse una festa popolare anche in Italia, anche nel carpigiano una zucca illuminata poteva bastare a evocare il mistero dei morti e degli spiriti.

A cura di Jessica Bianchi

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