Dalla pianura all’Oceano Atlantico. Potrebbe sembrare un salto impossibile, e invece è proprio questo il percorso intrapreso da Riccardo Bassoli, produttore di vino carpigiano che ha deciso di spingersi ben oltre i confini della nostra terra per inseguire una passione profonda: la navigazione d’altura. Quella per il mare non è una passione improvvisa. “Ho sempre avuto un legame profondo con il mare, consolidato due anni fa con il conseguimento della patente nautica e la certificazione di comandante dalla Royal Yachting Association”, racconta. Da lì è iniziato un percorso fatto di esperienze in diverse parti del mondo — dalla Norvegia alla Thailandia, passando per tutto il Mediterraneo — fino ad arrivare al momento decisivo: la prima traversata atlantica, due anni fa, da Lisbona, affrontata con un equipaggio ristretto. È proprio in quell’occasione che qualcosa cambia. L’oceano smette di essere un orizzonte lontano e diventa una sfida concreta. Oggi Riccardo Bassoli è pronto a portare questa sfida al livello successivo, scegliendo una delle categorie più dure e affascinanti della vela: la classe Mini 6.50. Qui la navigazione torna all’essenziale. A bordo non ci sono computer né strumenti sofisticati: “solo una radio, un piccolo GPS utilizzabile in caso di emergenza, carte nautiche e bussola. Durante le regate non si ha accesso al meteo aggiornato né alla propria posizione precisa rispetto alla costa. È una forma di vela estrema”, aggiunge, dove ogni decisione si basa su esperienza, istinto e capacità di leggere il mare. “È una sfida con se stessi”, spiega Bassoli. Una sfida che implica affrontare condizioni estreme: vento forte, onde imponenti, stress e una gestione del sonno ridotta anche a fronte delle ridotte dimensioni dell’imbarcazione (6,5 metri, appunto). Il traguardo è ambizioso: partecipare, “auspico nel 2027”, alla Mini Transat, la regata oceanica in solitaria che attraversa l’Atlantico per circa 4.200 miglia, dalla Francia ai Caraibi. Per accedere alla competizione, però, serve un lungo percorso di qualificazione. A partire da settembre, Bassoli inizierà a raccogliere le miglia necessarie — almeno 2.500 entro il 2027 che però spesso non bastano e devono arrivare a quota 4.500 — partecipando a regate e affrontando un intenso programma di allenamento fisico e mentale. “Più miglia macini, maggiori possibilità hai di entrare a far parte dei 90 regatanti ammessi alla manifestazione”.
Prepararsi a una prova del genere, soprattutto per chi vive lontano dall’oceano, non è semplice. “I francesi hanno un vantaggio naturale, potendo allenarsi direttamente sull’Atlantico mentre io non posso far altro che percorrere il Mediterraneo in lungo e in largo, dove peraltro le condizioni sono spesso più imprevedibili e difficili da interpretare, con venti repentini e variabili”. Nonostante questo limite, Bassoli sfrutta ogni occasione: uscite nei weekend, regate in doppio e competizioni che gli permettono di conoscere sempre meglio se stesso e la sua barca, Pita, “nome che ho ereditato e che per scaramanzia ho mantenuto”. Tra le tappe più significative del suo percorso c’è la partecipazione, nel mese di aprile, alla Ran 630, “una regata di oltre mille chilometri no stop con partenza da Livorno, passando per l’Isola di Capri e approdando in Sardegna e ritorno”. Un banco di prova fondamentale per affinare resistenza e strategia.
A condividere la passione per la navigazione c’è anche l’amico Filippo Balboni, ingegnere aerospaziale di Carpi, che segue gli aspetti tecnici dell’imbarcazione e con cui Bassoli ha già condiviso diverse regate. “Al suo ritorno dall’Erasmus in Canada, Filippo tornerà a essere il mio co-skipper e Pita avrà nuovamente un equipaggio tutto carpigiano”.
Dietro al desiderio di cavalcare le impetuose onde dell’oceano in solitaria non c’è solo una sfida personale, ma anche un legame forte con il territorio. “Dico sempre che un emiliano non è progettato per navigare ma lo fa lo stesso. Io ho scoperto che oltre a saper fare il vino, sono portato per la navigazione più estrema”, scherza Bassoli. E proprio da qui nasce il desiderio di portare un pezzo della sua terra in giro per il mondo, cercando il supporto di sponsor locali che possano contribuire a rendere sostenibile un progetto impegnativo anche dal punto di vista economico. L’obiettivo finale è chiaro: entrare tra i 90 regatanti ammessi alla Mini Transat e attraversare l’Atlantico da solo. Un’impresa che richiede determinazione, sacrificio e una grande capacità di adattamento. Ma per chi ha deciso di navigare oltre i propri limiti, l’oceano non è più una barriera, è la strada.
Jessica Bianchi
























