Lambrusco, “la gestione cooperativistica non funziona più. Gli agricoltori sono al collasso”

Di fronte a uno scenario a tinte a dir poco fosche, l’imprenditore agricolo 50enne Luca Artioli, unitamente a un gruppo di imprenditori agricoli modenesi e reggiani, ha dato vita al Comitato AgriFuturo Emilia Romagna. L’obiettivo? Cercare soluzioni concrete per difendere il lavoro, il territorio e la filiera. “Tutte le cooperative di conferimento devono unirsi in una sola realtà – spiega - per poter fare grandi numeri, senza rinunciare alla qualità, perché le piccole cooperative non hanno futuro. Una strategia già adottata da alcune realtà emiliano-romagnole proprio nel comparto vinicolo, penso ad esempio alle Riunite, ottenendo peraltro ottimi risultati. Che senso ha mantenere in vita una ventina di piccole cooperative tra Modena e Reggio, di cui numerose in difficoltà a partire dalla Cantina sociale di Carpi e Sorbara che deve ancora pagare ai soci le uve del 2024? Ci sono troppo consigli di amministrazione, troppi esperti da sostenere… e a rimetterci sono le famiglie degli agricoltori. La cuccagna è finita”.

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Luca Artioli

“Stiamo continuando a riversare la liquidità familiare in azienda per cercare di tirare avanti. In campagna si è sempre fatto così ma di questo passo andremo tutti a gambe all’aria. Perchè la crisi non è passeggera e ora ci troviamo indebitati, con difficoltà ad accedere al credito della banche e anche vendere le nostre aziende, purtroppo enormemente svalutate, è pressoché impossibile, d’altronde chi acquisterebbe un’attività che rappresenta un debito anziché un potenziale guadagno? Se non si compirà un salto, se non saremo in grado di apportare dei cambiamenti drastici, il settore dell’agricoltura, eccezion fatta per le aziende che producono il latte da destinare al parmigiano reggiano, rischia il collasso”.

A parlare è l’imprenditore agricolo 50enne Luca Artioli: “siamo viticoltori da tre generazioni. Ha iniziato mio nonno a lavorare la terra, dopo di lui a raccoglierne il testimone è stato mio padre e ora ci sono io. Un solo pensiero mi rassicura, ovvero la consapevolezza che le mie due figlie di 26 e 23 anni non continueranno l’attività di famiglia perché coltivare uva da lambrusco non conviene più”. Nonostante sia il vino più esportato e bevuto al mondo, chi lo produce “si trova stretto in una morsa. Gli unici a farcela, e bene anche, sono i privati, ma chi, come la maggioranza dei viticoltori, conferisce le uve nelle grandi cantine, è in costante rimessa. La gestione cooperativistica non funziona più. Serve un cambiamento epocale se non si vuole affossare del tutto il settore”.

Dopo la crisi che ha colpito il comparto del pero, “che ormai ci siamo giocati a causa delle malattie che hanno decimato le piante e della mala gestione amministrativa, ora tocca al Lambrusco. Occorrono circa 30 euro per produrre un quintale di uva, in cantina te ne danno mediamente 28. Non bastano nemmeno a coprire i costi. Io conferisco in tre differenti cantine (Santa Croce, San Martino in Rio e a Masone Campogalliano) ma se sei socio, svincolarsi è estremamente difficile perché il sistema cooperativistico ti lega”.

E allora che fare?

Di fronte a uno scenario a tinte a dir poco fosche, Artioli, unitamente a un gruppo di imprenditori agricoli modenesi e reggiani, ha dato vita al Comitato AgriFuturo Emilia Romagna. L’obiettivo? Cercare soluzioni concrete per difendere il lavoro, il territorio e la filiera. “Tutte le cooperative di conferimento devono unirsi in una sola realtà – rilancia Artioli – per poter fare grandi numeri, senza rinunciare alla qualità, perché le piccole cooperative non hanno futuro. Una strategia già adottata da alcune realtà emiliano-romagnole proprio nel comparto vinicolo, penso ad esempio alle Riunite, ottenendo peraltro ottimi risultati. Che senso ha mantenere in vita una ventina di piccole cooperative tra Modena e Reggio, di cui numerose in difficoltà a partire dalla Cantina sociale di Carpi e Sorbara che deve ancora pagare ai soci le uve del 2024? Ci sono troppo consigli di amministrazione, troppi esperti da sostenere… e a rimetterci sono le famiglie degli agricoltori. La cuccagna è finita”.

Inoltre, aggiunge Luca Artioli, produttore di Salamino doc, Pignoletto doc e Ancellotta, occorre aprirsi a nuovi target: “un’azienda priva di un centro di ricerca e sviluppo è destinata al fallimento. Anche nel nostro comparto occorre iniziare a fare ricerca per andare incontro alle nuove esigenze di mercato ma se non si uniscono le forze è impossibile reperire le risorse necessarie per poterlo fare. Un esempio potrebbe essere quello del vino dealcolato”.

Come se tutto ciò non bastasse a causa delle tensioni in Medio Oriente, il prezzo del gasolio è schizzato da 90 centesimi al litro a 1 euro e 20, ed è destinato ad aumentare ancora, “se consideriamo che un’azienda di medie dimensioni ne usa 150-200 litri al giorno, i conti sono presto fatti. I costi ci stritolano se non ci sarà un cambio di passo la tenuta dell’intero sistema rischia concretamente il collasso”.

Jessica Bianchi

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