Sinagoga vecchia, un tesoro pressoché sconosciuto torna a brillare

Conclusi i lavori di restauro nell’ex-sinagoga settecentesca posta nel nel sottotetto del Portico del Grano.

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Sono terminati i lavori nell’ex sinagoga settecentesca di via Rovighi, al civico 55, situata nel sottotetto del Portico del Grano. Un tesoro pressoché sconosciuto – tra i rari rimasti in Italia – che torna a brillare e che, futuribilmente sarà “fruibile al pubblico, a piccoli gruppi, attraverso visite guidate” ha assicurato l’assessore ai Lavori Pubblici, Paolo Malvezzi.

I lavori – durati circa 18 mesi e costati 400mila euro – hanno compreso la riparazione dei danni arrecati dal sisma del 2012 e il completamento degli interventi di restauro. “Nella prima fase – ha spiegato la direttrice dei lavori, architetto Caterina Manfredi, del Settore comunale Opere Pubbliche e Manutenzione della Città – sono stati realizzati il consolidamento strutturale della scala e della Sala delle celebrazioni, nonché dei prospetti sul cortile interno e su via Rovighi; nella sala sono stati inoltre compiuti il descialbo e il restauro delle superfici decorate, riportando alla luce iscrizioni sacre in ebraico. Restaurato anche il lavabo per le abluzioni prima dei riti. Nell’ultimo stralcio del cantiere, si è invece proceduto al consolidamento della copertura lignea e della volta in arellato della Sala delle Celebrazioni, dei pianerottoli della scala detta del Lucenti e opere di finitura nel matroneo e nel vano scale”.

LA STORIA

Alcuni cenni storici tratti dalla ricerca Domesticità e sacralità nell’architettura della sinagoga. Vicende dell’Oratorio e del Tempio di Carpi (1722-1921) di Matteo Cassani Simonetti. 

Mentre la prima sinagoga, quella settecentesca, “come ha ricordato Alfonso Garuti nei suoi studi, fu promossa da Isacco Beneroi (1671-1754) nel 1722, all’indomani dell’istituzione del ghetto, e fu realizzata in un sottotetto attiguo al Portico del Grano su disegno del mastro reggiano Giacomo Lucenti (1661-1747) attivo in quegli anni a Carpi, la seconda, situata al primo piano dello stabile che oggi ospita la Fondazione Fossoli, fu delineata dall’ingegnere carpigiano Achille Sammarini (1827-1899) nella seconda metà degli anni Cinquanta del XIX secolo per volontà della locale comunità ebraica. Mentre la prima, il cui accesso avviene attraverso una lunga e articolata scala posta quasi al centro del corpo di fabbrica anch’essa attribuita al Lucenti, è formata da un piccolo atrio che distribuisce il matroneo – a destra, diviso dalla sinagoga da una gelosia – e la sala vera e propria, la seconda, il ʻpiccolo capolavoroʼ di Sammarini, è disposta su due livelli il principale dei quali – il cui accesso avviene da una monumentale scala direttamente collegata con la strada – ospita il tempio mentre al secondo, posto a occidente, si trova il matroneo anch’esso, come il precedente, diviso dalla sala da una gelosia. Gli aspetti decorativi – nella prima affidati quasi solamente a semplici pitture mentre nella seconda a una partitura architettonica di gusto corinzio, stucchi e pitture attribuiti a Gaetano Venturi, Antonio Bernasconi e di Ferdinando Manzini con una monumentale inquadratura al cui centro era collocato l’Aron – si configurano come due esempi diversi della ricerca sui temi della monumentalità e riconoscibilità del luogo sacro, frutto di quel cambiamento di indirizzo a cui si faceva cenno e che porterà le sinagoghe realizzate attorno alla metà del XIX secolo a essere luoghi architettonicamente definiti e a utilizzare l’architettura in modo analogo a quanto fatto tradizionalmente negli edifici sacri cristiani. La stessa collocazione delle sale e il loro rapporto con lo spazio urbano e l’abitazione della quale, fino a quella data, rappresentavano un’appendice e successivamente, viceversa, uno spazio autonomo, manifestano il cambiamento della volontà e della possibilità da parte della comunità carpigiana – parallelamente a quanto stava avvenendo per le altre comunità italiane – di rappresentare pubblicamente la propria identità attraverso l’architettura. Per questa differenza, che investe tanto la sfera architettonica quanto quella identitaria, è dunque necessario trattare la prima alla stregua di un oratorio privato, la cui storia si fonde con le vicende familiari degli abitanti della casa in cui essa era sorta, mentre la seconda è da intendersi come frutto di scelte promosse dall’intera comunità per tracciare un’autorappresentazione attraverso l’architettura, pur sempre situata all’interno del fabbricato e con un’immagine urbana non troppo esibita ma in ogni caso caratterizzata, analoga alle maggiori espressioni architettoniche che in quegli anni venivano portate avanti nell’edificazione di nuovi templi come, per esempio, quelli di Reggio Emilia o Soragna”.

Scola, Oratorio, Casa di congregazione. La sinagoga settecentesca
“Nel 1719, immediatamente dopo l’istituzione del ghetto avvenuta per volontà del marchese Taddeo Bolognini governatore di Carpi e Novi, nella contrada Roma, ovvero nei due isolati che individuano la via di Mezzo, in un luogo antistante la piazza maggiore, la via Maestra e dietro il portico del Grano – parte centrale della città, in quegli anni largamente abitata da ebrei – si pose fin da subito il problema della collocazione di una nuova sinagoga per la piccola comunità carpigiana formata, nel 1713, da appena ottanta individui.
La formazione del ghetto e, conseguentemente, la realizzazione di una sinagoga non fu certo oggetto di benevolenza da parte della cittadinanza ed è testimonianza di come la Nazione ebraica fosse, a quei tempi, vista. Le monache del vicino monastero di San Sebastiano, per esempio, ʻsul timore di restare contaminati dal Ghetto, che si va perfezionando dirimpetto al muraglione che contorna l’orto delle med[esime]me chiesero rassicurazioni al governatore della città per salvaguardare due loro ʻsentimenti del corpo, della vista cioè e dell’odoratoʼ. Le loro ʻtremendeʼ preoccupazioni si basavano non tanto sull’erezione del ghetto vicino al loro monastero, quanto su una consolidata sicurezza: ʻa causa del gran fittore, che da quello continuamente esalerà, come connaturale a tal nazioneʼ le monache oltre che continuamente turbate nella loro clausura saranno certamente anche importunate nell’olfatto. Non sembra caso isolato questo episodio se si ricorda che proprio lo stesso Beneroi – proprietario della sinagoga che di lì a poco si sarebbe realizzata – insieme al fratello Israel furono inquisiti per l’accusa di rapimento e omicidio di una bambina; ben quattro anni dopo l’inaugurazione della sinagoga, nel 1726, tal Angelo Basola? chiamato a testimoniare affermò che ʻLa causa di questa perdita fu per consacrare la nuova Sinagoga [… Essi] posero il sangue di quella in pignatta per far la consacrazione sud[ett]a: co’ spruzzi de sangue sud[ett]o per li muragli di detta Sinagoga, funzione che fecero poi il Rabino Emanuel Orbini morto, e Isac Modena altro Rabino [… e] che questo era si costume, che [gli ebrei] sogliono praticare nell’erezione delle nuove Sinagogheʼ. Al di là della difficile situazione in cui viveva la comunità carpigiana, sul piano architettonico la nuova sinagoga voluta dal governatore è, comunque, uno spazio pubblico all’interno di una casa privata e ne venne imposta la realizzazione a uno dei più ricchi ebrei carpigiani, quale era appunto Isacco Beneroi, anche perché la sua casa – marcata M641 – disponeva di un ʻluogo remoto e lontano dalle stradeʼ in modo da allontanare dalla vista il luogo di culto e impedirgli, di fatto, di avere una immagine urbana riconoscibile. 

Il semplice spazio, dai caratteri né più e né meno di quelli di una qualsiasi stanza della casa, trovava significato solamente grazie ai suoi arredi e suppellettili che verosimilmente Beneroi acquistò sommandoli a quelli inizialmente di proprietà di Lazzaro Iona Finzi. Entrando nella sinagoga, privata di tutti quegli arredi che la caratterizzavano durante l’uso, i semplici motivi decorativi pittorici che a più riprese furono realizzati sulle pareti non testimoniamo il carattere di quello spazio e neppure, ovviamente, rappresentano scene sacri: solamente i testi in lingua ebraica dipinti in undici cartigli posti nella parte alta delle pareti, indicano la natura del luogo e ricordano l’importanza che quelle semplici mura hanno avuto per la comunità carpigiana…

A inizio del XX secolo, quanto la comunità di Carpi si dissolse, le proprietà dell’azienda passarono alla Comunità ebraica di Modena e la casa nella quale trovavano luogo le sinagoghe fu ceduta nel 1921 a Quinto Rovighi, discendente di una famiglia carpigiana di origini ebraiche, che ne fece la sua dimora. In occasione della vendita vennero eseguite ʻle demolizioni di ogni simbolo sacro che ne ricordava la vecchia destinazioneʼ. Tolti gli arredi, cancellate le epigrafi e demolita la rappresentazione delle tavole della legge Rovighi ottenne un grande salone che, grazie alle sontuose decorazioni, poteva costituirsi come il luogo centrale della sua casa.

Il visitatore che oggi passa di fronte alla sinagoga ottocentesca o che entra nelle sale della Fondazione Fossoli, ignaro delle vicende che hanno generato questi spazi non riesce a riconoscere il carattere sacro dell’opera di Sammarini; come nella sinagoga settecentesca, nella quale l’unico accenno alla sacralità del luogo è testimoniata dalle epigrafi ancora esistenti, nulla qui parla dell’importanza che questi spazi hanno avuto per la comunità ebraica. Le grandi sale, la cui architettura non tradisce nulla della loro storia, hanno tuttavia ritrovato in queste nuove dimensioni, quella domestica voluta dapprima dai Rovighi e poi quella pubblica della Fondazione Fossoli, un significato essenziale legato alla loro origine, due interpretazioni di quella quotidianità e monumentalità che persino nell’assenza del rito è ancora percepibile”.