Ad ogni pioggia intensa torna la paura, i comitati: “siamo in grado di reggere piene di modesta entità, non eventi idrogeologici gravi”

Le ultime alluvioni non sono avvenute per sormonto arginale ma per sfiancamento dell’argine: ciò significa che siamo sempre in emergenza, anche quando non vediamo il pelo dell’acqua arrivare alla sommità dell’argine. I fiumi sono in una situazione di criticità cronica a causa della mancanza di manutenzioni che siano in grado di garantire tempi di ritorno TR100 o TR200 come prevede il Piano per l’Assetto Idrogeologico. Parlano Vittorio Cajò del Comitato ArginiaMO e Massimo Silvestri del Comitato Secchia.

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3 maggio 2023 Ponte di San Martino Secchia

Chi abita lungo i fiumi Secchia e Panaro vive con preoccupazione ogni allerta meteo. Il nodo idraulico resta critico perché si tratta di fiumi detti pensili, perché il loro fondo si trova più in alto rispetto al livello della piazza del paese. A Bastiglia, per esempio, il fondo del Secchia è di ben 11 metri più in alto.

“Il territorio ha bisogno di più protezione”, dichiara Vittorio Cajò del Comitato ArginiaMO, secondo il quale, dopo anni di mancata manutenzione, basta una piena di modeste dimensioni a mettere in crisi la sicurezza del nodo idraulico modenese. Cajò fa riferimento al parametro scientifico del TR (TR20, TR50, ecc.) in cui TR sta per tempo di ritorno di un evento idrogeologico, che si tratti di una pioggia sostenuta oppure di un fenomeno atmosferico di gigantesche proporzioni, mentre il numero indica gli anni e più è alto più grave si preannuncia l’evento che potrebbe verificarsi.

La comunità scientifica internazionale prescrive per i fiumi l’indice di sicurezza TR200 (si pensi che per una diga o per un ponte l’indice di sicurezza è da 500 a 1000!). Purtroppo, il nodo idraulico modenese si attesta a un misero TR20 per l’80% e a TR50 per il resto. In altre parole, esso è in grado di sopportare con sicurezza una piena di intensità molto modesta, mentre non è assolutamente in grado di reggere un evento idrogeologico di grave o gravissima entità”.

Servono grandi interventi di manutenzione con l’impiego di ingenti risorse che sarebbero, secondo Cajò, comunque sempre inferiori alle somme che sono da stanziare per indennizzare i cittadini che vanno sott’acqua; “per il maltempo dei giorni scorsi in Romagna si sta parlando di un miliardo di danni, importo che sarebbe sufficiente a mettere in sicurezza integralmente il Secchia”. L’AIPo (Agenzia Interregionale del fiume Po) incaricata di progettare e far realizzare ogni tipo di intervento sui nostri fiumi) interviene su mandato delle Regioni (sono quattro: Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto), le quali devono identificare le criticità e stanziare le risorse per risanarle, oltre a provvedere alla regolare e continuativa manutenzione, indispensabile a garantire la sicurezza dei cittadini che hanno dato fiducia agli amministratori regionali.

“Il nostro nodo idraulico è stato lasciato per troppi anni in stato di abbandono completo” conclude Cajò. “Nell’alluvione del 2014, ho perso come tanti un sacco di roba; quando ho ricomprato l’auto ho acquistato contestualmente un sollevatore. Speravo di non dovere utilizzarlo mai. Invece ho dovuto alzare l’auto ben 17 volte nel timore di perderla. Si può vivere così?”

Molto c’è ancora da fare anche per Massimo Silvestri portavoce del Comitato Secchia. “In seguito alla rottura del fiume Secchia nel 2014, non sono ancora stati fatti progetti per una vera messa in sicurezza. Dopo le casse di espansione di Campogalliano, pensate e progettate negli anni 70 dopo l’alluvione del 1966 quando si ruppe l’argine sinistro a Villanova di Modena, non sono state realizzate altre opere di difesa attiva. Ad oggi esistono quattro progetti, finanziati in parte, con inizio nel 2024 e termine a data da destinarsi.

Inoltre, Silvestri precisa che “l’alluvione del 2014 per il Secchia e l’alluvione del 2020 per il Panaro non avvennero per sormonto arginale ma per sfiancamento dell’argine. Ciò significa che siamo sempre in emergenza anche se non vediamo il pelo dell’acqua arrivare alla sommità dell’argine. I fiumi sono sempre in una situazione di criticità cronica a causa della mancanza negli ultimi decenni di manutenzioni ordinarie che siano in grado di garantire tempi di ritorno TR100 o TR200 come prevede il PAI (Piano per l’Assetto Idrogeologico)”.

Sara Bernardi e Sara Gelli