Acqua bene comune: che cosa è stato fatto a dieci anni dal referendum per limitare le perdite?

Il dato medio del 41% delle perdite d’acqua nelle reti idriche a livello nazionale, scende al 32% nel Nord Italia. Al Centro il 48%, nel Sud la percentuale delle perdite supera anche il 50% e ciò significa che le reti perdono la metà dell’acqua che trasportano. A Carpi le perdite sono al 24%, a Correggio 29,9%, a Modena 37,7%, a Bologna 26,5%, a Rimini 28,4% (dati Arera)

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Ormai più di dieci anni fa, il 12 e 13 giugno 2011, con un referendum nazionale, gli italiani hanno scelto: l’acqua è un bene comune e collettivo. L’obiettivo dei promotori del referendum era di annullare i profitti su questo bene fondamentale, ma manca ancora una legge del Parlamento e nonostante resti vietata la vendita delle reti idriche, a essere permesso è l’affidamento della gestione ai privati, separando l’acqua, che è pubblica, dalla sua gestione, che può essere privata.

“Dopo il referendum – afferma Mauro Zanini, presidente del Centro studi Ircaf – lentamente si è avviato un percorso di ripresa degli investimenti e un nuovo sistema tariffario più trasparente che riconosce gli aumenti in tariffa dopo che gli investimenti sono stati realizzati non come avveniva prima del referendum quando pesavano in tariffa a prescindere dal fatto che gli investimenti fossero realizzati concretamente. In questo decennio sono stati realizzati investimenti per oltre 16 miliardi, oltre il doppio rispetto a prima, quindi passi significativi, in prevalenza al Nord e al Centro,  tesi anche a migliorare la qualità del  servizio (contrattuale e tecnica) ma sono ancora del tutto insufficienti rispetto alla drammaticità dell’emergenza idrica in conseguenza dei forti cambiamenti climatici e quindi bisogna fare di più, a partire da interventi diretti sulle perdite d’acqua, in particolare nel Sud, superando l’eccessiva frammentazione gestionale”.

Che cosa è stato fatto per ridurre le perdite d’acqua nei nostri territori?

“Ci sono stati investimenti da parte dei gestori in tutta l’Emilia Romagna e il raffronto va fatto con il dato medio del 41% delle perdite a livello nazionale che scende a 32% nel Nord Italia. Nel Sud la percentuale delle perdite supera anche il 50% e ciò significa che le reti perdono la metà dell’acqua che trasportano. A Carpi le perdite sono del 24%, a Correggio 29,9%, a Modena il 37,7%, a Bologna il 26,5%, a Rimini 28,4% (dati Arera). Gli investimenti fatti incidono sulla riduzione delle perdite, sulla qualità dell’acqua del sistema fognario, sullo smaltimento dei fanghi in discarica e sulla qualità dell’acqua depurata. Nel PNRR sono previsti altri 4,38 miliardi di investimenti nelle regioni italiane per la sicurezza dell’approvvigionamento, l’adeguamento della sicurezza delle opere strutturali rendendole più resilienti ai cambiamenti climatici. Ma è importante il risparmio della risorsa idrica anche nei comportamenti quotidiani non solo per le utenze domestiche ma soprattutto nel mondo dell’agricoltura con l’irrigazione mirata e anche nel mondo industriale che deve iniziare a recuperare i cicli dell’acqua”.

Come per le perdite d’acqua ci sono differenze anche nelle tariffe nei nostri territori?

“Noi registriamo che mediamente la spesa annua nel 2021 per una famiglia residente a Bologna è di 245 euro per un consumo medio di 150 metri cubi di acqua annui , a Modena 281 euro, fino ad arrivare ai 436 euro di Cesena. Il dato medio regionale si attesta a 379 euro e quello nazionale 342 .Anche in questi casi, da città a città, ci sono grandi differenze che devono trovare gradualmente un certo livellamento affinché ci sia un servizio il più possibile omogeneo in termini di costi, di investimenti e di qualità”.

Sara Gelli