Guerra Russia – Ucraina: “siamo tornati indietro di due secoli”

Per il generale di corpo d'armata, oggi in pensione, Giorgio Battisti, la risoluzione del conflitto sarà per via diplomatica: “nelle schermaglie verbali tra il presidente ucraino e quello russo a cui stiamo assistendo si rileva qualche segnale positivo, entrambi si stanno dimostrando più morbidi per così dire. Aldilà di questa diplomazia a carte scoperte, ciò che conta è quella che non arriva all’opinione pubblica, fatta di contatti discreti. Una cosa però è certa, Putin dopo quanto fatto sinora non accetterà di ritirarsi senza ottenere qualcosa di concreto in cambio”.

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La strada per uscire dal conflitto tra Russia e Ucraina sarà ancora lunga ma, “prima o poi la pace arriva sempre”. A parlare è il generale di corpo d’armata, oggi in pensione, Giorgio Battisti che, oltre ad aver comandato il reggimento allievi dell’Accademia Militare di Modena, ha partecipato alle operazioni in Somalia e Bosnia ed è stato il primo comandante della missione italiana in Afghanistan.

Giorgio Battisti

Generale, ci sarà anche il presidente Joe Biden al vertice straordinario della Nato che si svolgerà il 24 marzo a Bruxelles per discutere con gli altri leader della guerra tra Russia e Ucraina, quale pensa sia lo scopo di tale summit?

“Il vertice serve per allineare le posizioni dei venti paesi appartenenti all’Alleanza atlantica. Un’occasione per fare il punto della situazione e procedere con un maggior coordinamento di ogni singolo Paese”.

Mentre la guerra infuria in Ucraina, la Nato avvia in Norvegia la sua più grande esercitazione dell’anno. Cold Response 2022 coinvolgerà circa 30mila soldati, 200 aerei e 50 navi provenienti da 27 Paesi. Pensa che tale esercitazione possa innalzare ulteriormente la tensione?

“La tensione è già altissima ma non dimentichiamo che tali esercitazioni, che richiedono il movimento di migliaia di uomini e mezzi – terrestri, aerei e marittimi – vengono programmate con almeno due anni di anticipo. Il fatto che Cold Response si faccia ora è solo una coincidenza ma certo può essere interpretata come una ulteriore dimostrazione della volontà dell’Alleanza atlantica di voler convincere la Russia che la Nato è pronta a difendere i propri confini”.

Crede che la risoluzione del conflitto sarà per via diplomatica?

“Indubbiamente. Nelle schermaglie verbali tra il presidente ucraino e quello russo a cui stiamo assistendo si rileva qualche segnale positivo, entrambi si stanno dimostrando più morbidi per così dire. Zelensky, ad esempio, ha affermato che non è necessario che l’Ucraina entri prossimamente nella Nato. Aldilà di questa diplomazia a carte scoperte, ciò che conta è quella che non arriva all’opinione pubblica, fatta di contatti discreti. Una cosa però è certa, Putin dopo quanto fatto sinora non accetterà di ritirarsi senza ottenere qualcosa di concreto in cambio”.

E’ plausibile temere che il conflitto si allarghi e arrivi in Europa?

“Io ritengo che in questo momento non ci siano forti rischi di entrare in guerra. Certo può sempre capitare un incidente capace di innescare una reazione automatica da parte dei militari ma proprio per scongiurare questo scenario è stata aperta una linea rossa tra i due Stati maggiori generali di Washington e Mosca per passarsi informazioni ed evitare che eventuali incidenti vengano interpretati come la volontà di una delle due parti di aggredire l’altra. Dimostrazione di come si voglia tenere il conflitto entro certi livelli”.

Nei giorni scorsi bombe russe sono cadute sul centro di addestramento di Leopoli, a circa 20 km dal confine con la Polonia. L’articolo 5 del trattato costitutivo dell’Alleanza atlantica impone ai suoi membri la mutua difesa.  Un “incidente” su suolo di confine potrebbe comportare la discesa in campo della Nato?

“Sì, questo è quanto stabilito dalla Carta dell’Alleanza atlantica ma tale articolo è stato applicato solo una volta, dopo l’attentato alle due torri gemelle dell’11 settembre 2001. Vige per così dire il Tutti per uno, uno per tutti: è questa la forza della Nato, se un Paese viene attaccato tutti devono reagire.  Gli schieramenti di forze europee e americane ai confini orientali dei Paesi dell’Alleanza sono proprio la dimostrazione di come si tenga fede all’articolo 5”.

Se il conflitto si allargasse, l’Italia sarebbe pronta a scendere in campo?

“Il nostro Paese ha sempre fatto la sua parte in questi ottant’anni di appartenenza all’Alleanza. Negli ultimi anni le forze armate italiane, e in particolare l’esercito, sono state distolte dal loro compito principale, ovvero la difesa dei confini nazionali a causa di altri impegni importanti ma che non fanno parte dei compiti di un soldato. Qualche esempio? Pulire le città dall’immondizia, dare man forte sulle strade alle forze di polizia,  spostare i banchi a rotelle dopo la prima ondata Covid… Ora è giunto forte il richiamo degli stati maggiori a ritornare alle priorità di ogni forza armata, ovvero prepararsi affinchè si faccia trovare pronta a fronteggiare ogni evenienza negativa e a intervenire nel caso ci fosse un attacco ai confini esterni dell’Alleanza. Un’azione che, lo ricordo, sarebbe difensiva e non offensiva”.

Si aspettava nel 2022 un ritorno a quella che sembra una guerra vecchio stampo?

“Assolutamente no. Vedendo queste scene di guerra e leggendo il bollettino quotidiano mi pare di essere ripiombato nel 19esimo secolo quando le controversie internazionali venivano risolte con l’uso delle armi. Una situazione che mai avrei pensato si verificasse in Europa, nonostante, è bene ricordarlo, nel mondo vi siano 65 conflitti attivi in questo momento ma, fino a 20 giorni fa, tutti fuori dall’Europa. Siamo tornati a due secoli fa e questa è la dimostrazione di come le forze armate servano sempre”.

Chiara Tassi