Con la transizione ecologica rischiamo di prendere una batosta

Se, come ha detto von der Leyen, dal 2035 non potranno essere più venduti veicoli inquinanti, già da oggi l’Europa deve creare centri di ricerca e aziende che producano, per esempio, batterie per le auto elettriche; si deve lavorare all’infrastruttura, oggi garantita dai distributori di benzina, per distribuire energia elettrica  in ogni area di sosta. E ancora, chi produrrà tutta l’energia elettrica necessaria per alimentare le nuove vetture? Chi ci pensa a pianificare per tempo l’economia?

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Gli annunci non bastano per impostare nuove politiche industriali in Italia come negli altri Paesi del blocco europeo. L’annuncio di metà luglio della presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen rischia di rimanere lettera morta se non si parte oggi per centrare l’obiettivo di azzerare le emissioni entro il 2050. Se, come ha detto von der Leyen, dal 2035 non potranno essere più venduti veicoli inquinanti, già da oggi l’Europa deve creare centri di ricerca e aziende che producano, per esempio, batterie per le auto elettriche che dovranno sostituire completamente, secondo la presidente della Commissione Europea, le auto ‘tradizionali’, a motore termico. Già da oggi si deve lavorare all’infrastruttura, oggi garantita dai distributori di benzina, per distribuire energia elettrica  in ogni area di sosta. E ancora, chi produrrà tutta l’energia elettrica necessaria per alimentare le nuove vetture? Chi ci pensa a pianificare per tempo l’economia? Il 2035 è domani!

Non avendo dato vita a uno Stato europeo in grado di programmare una politica industriale che valga per l’intero blocco, tocca ai singoli stati impostarla nell’ambito di regole europee ma in un contesto di competizione tra Stati. Ecco, così non va assolutamente bene: se non c’è un impianto europeo in cui ogni Stato trova il suo posto per affrontare la competizione e maturare una resilienza a livello globale, i singoli Paesi europei si esauriranno facendosi concorrenza tra di loro, rallentati da un doppio livello di burocrazia con rigide regole ‘talebane’ (quelle del singolo Stato e quelle europea). Alla fine non potranno che collassare mentre altri molto più dinamici come Stati Uniti, Giappone e Cina terranno il passo del mondo che cambia.

C’è una visione corretta del green, ma a nulla serve risultare i primi della classe a suon di annunci se poi le aziende dei singoli Stati si schiantano tra di loro facendosi concorrenza e i Paesi europei si ritrovano impoveriti, a dipendere da altri blocchi economici, come quello cinese, per il  know-how di certe tecnologie. Se il passaggio da quelle legate al motore a scoppio alle nuove tecnologie proprie dell’elettrico non è accompagnato da una forte reindustrializzazione in base al nuovo paradigma, si provocherà un innalzamento consistente della disoccupazione, soprattutto in quei Paesi come la Germania, l’Italia o la Francia, che da più di un secolo producono auto a motore termico.

Ci troviamo a un bivio storico: organizziamo l’Europa con una logica centralista come se fosse uno Stato o conserviamo gli Stati singoli ma riducendo l’impatto delle regole europee? Perché, se ora ci prendiamo certi impegni per cambiare l’industria italiana sulla base di indicazioni che l’Europa dà come blocco ma che non è in grado di gestire, rischiamo di andarci a schiantare

PAP20