Lettere dal Campo di Fossoli

Il carteggio tra Bruno De Benedetti e la moglie è stato consegnato alla Fondazione Fossoli. Oltre cento missive scritte dal medico di origine ebraica durante la sua permanenza al Campo di Fossoli, prima della deportazione a Dachau, dove morì il 31 dicembre 1944. “L’empatia che si crea attraverso la lettura di questa carte è qualcosa di raro e straordinario - spiega il nipote Filippo Biolè - credo sia questo il valore più grande delle lettere scritte da mio zio. Un medico, un uomo innamorato della vita e della moglie, rimasto vittima del male per antonomasia, ieri come oggi, ovvero l’indifferenza”.

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“Reliquie”, così il presidente della Fondazione Fossoli, Pierluigi Castagnetti, ha definito le lettere scritte dal pediatra genovese di origini ebraiche Bruno De Benedetti alla moglie Armanda mentre era internato al Campo di Fossoli. “Missive da custodire gelosamente, con un rispetto quasi religioso poiché questo carteggio pressoché quotidiano ci restituisce con forza la vita del campo. Leggendo queste pagine, davanti agli occhi scorre un film: tanti fotogrammi che ci danno la misura di cosa accadeva giorno dopo giorno qui, nel campo di Fossoli. Nessun altro documento lo fa con tanta precisione. Il carteggio ci consente di conoscere lo stato d’animo di chi era costretto a vivere qui, a comprendere i sentimenti dei deportati, le loro relazioni interpersonali, il funzionamento del campo… Cogliamo l’incertezza esistenziale che provavano, la loro speranza di ricongiungersi alle famiglie e allo stesso tempo il terrore di essere destinati a un campo di sterminio. Un dramma che grazie alle parole di De Benedetti cogliamo con straordinaria potenza”. 

“L’empatia che si crea attraverso la lettura di questa carte è qualcosa di raro e straordinario – aggiunge il nipote di De Benedetti, Filippo Biolè – credo sia questo il valore più grande delle lettere scritte da mio zio. Un medico, un uomo innamorato della vita e della moglie, rimasto vittima del male per antonomasia, ieri come oggi, ovvero l’indifferenza”. 

Da sinistra Alberto Bellelli, Filippo Biolè, Pierluigi Castagnetti e Marzia Luppi

Sono 170 le lettere che De Benedetti ha scritto durante gli otto mesi di permanenza a Fossoli, dal 7 dicembre 1943 al 31 luglio 1944, prima di essere deportato in Germania dove troverà la morte, e che sono state depositate alla Fondazione Fossoli da Lucia Amelotti, per anni custode di tale prezioso carteggio. Materiale che verrà digitalizzato, analizzato e messo a disposizione di studiosi e ricercatori: “oggi – sottolinea Marzia Luppi, direttrice della Fondazione Fossoli – è una giornata importante non solo per il nostro ente ma per la collettività tutta. Lucia Amelotti, erede di questo carteggio, ha voluto che diventasse un patrimonio comune, da condividere. Un gesto che dimostra grande senso di generosità e responsabilità: gli studiosi, attraverso i sentimenti, le paure e le speranze di Bruno De Benedetti, potranno conoscere più a fondo le vicende, anche soggettive, della pagina più terribile della storia del Novecento. Questo significa fornire a queste pagine nuova vita, valorizzarle come meritano, votarle a un compito ancor più alto. Dal valore affettivo della famiglia a quello sociale e storico della comunità: un atto davvero nobile”.

L’augurio, aggiunge Castagnetti, “anche in considerazione della convenzione che abbiamo con una scuola di sceneggiatura di Bologna è che il carteggio di De Benedetti possa diventare una fonte di ispirazione e che gli atenei della nostra Regione approfittino di tale documentazione per assegnare delle tesi di laurea, dimostrando così di cogliere appieno la novità di questo pezzo di patrimonio che da oggi arricchisce il materiale a disposizione della Fondazione Fossoli”. 

La consegna delle missive rappresenta anche l’occasione, per la Fondazione, di lanciare la campagna Salva una storia: “invitiamo tutti, italiani e stranieri, a mettere in salvo la documentazione che riguarda il nostro Campo, anche ciò che può sembrare insignificante. Una lettera, un oggetto, una fotografia… ritrovati in fondo a un cassetto, affinchè vengano salvati dall’oblio, per farne un patrimonio comune”, conclude Marzia Luppi.

Jessica Bianchi