La pandemia fuori dall’Italia. Cronache di quattro carpigiani in Gran Bretagna

Stefania Passamonte, Gaia Vignoli, Emanuele Davolio e Maria Teresa Po sono quattro carpigiani che hanno lasciato l'Italia per trasferirsi a Londra o in altri grandi città del Regno Unito. Il modo in cui stanno vivendo la pandemia e il piano vaccini è molto diverso dal nostro, e proprio su quest'ultimo aspetto l'opinione è unanime: “il Governo inglese si è riscattato con la gestione del piano vaccinale”.

0
1412

Con oltre 40 milioni di dosi di vaccino anti-Covid somministrati e un netto calo dei contagi e dei decessi, nel Regno Unito tornano le pinte ai pub, riaprono i negozi e le palestre, e il cammino appare ormai in discesa come testimoniano i racconti di quattro carpigiani residenti Oltremanica.

Stefania Passamonte, musicista e pianista di successo oltre che imprenditrice musicale, vive a Londra dal 2003 e racconta: “dopo le critiche per la gestione della prima ondata pandemica, ad oggi la maggioranza della popolazione è orgogliosa e soddisfatta dei risultati raggiunti in particolare per quanto riguarda la campagna di vaccinazione e la flessibilità lasciata alle persone.                                                   

Si è sempre fatto leva sulla coscienza sociale e personale, ricordando che era importante proteggere gli altri tanto quanto se stessi e permettendo a persone che non potevano indossare la mascherina per motivi respiratori di avere una spilla che lo rendesse evidente, così da non essere fermate o discriminate. La solidarietà si è vista da questi e altri piccoli gesti. Un giorno mi sono dimenticata la mascherina a casa e, arrivata al supermercato, ho chiesto a mio marito di entrare da solo e comprarmi una mascherina nuova così che potessimo poi fare la spesa insieme. Il personale di sicurezza del supermercato se n’è accorto e mi ha procurato un pacchetto di scorta da tre mascherine per raggiungere mio marito rifiutandosi di farsele pagare e commentando con la classica ironia inglese che Era meglio così o mio marito avrebbe comprato le cose sbagliate”.    

Quali sono le immagini della pandemia che ricorderai per sempre?

“La prima è un’immagine di angoscia: la coda fuori dal supermercato sotto un cielo grigio da guerra con la pasta e la farina razionate perchè all’improvviso tutti avevano deciso di seguire la dieta italiana. La seconda è di speranza: il giorno in cui io e mio marito siamo stati vaccinati (con Pfizer) per tutelare la salute di nostra figlia Lucia che soffre d’asma. Il giorno dopo, la prima cosa che Lucia ha raccontato alla sua classe via Zoom è stata che i suoi genitori avevano fatto il vaccino e che presto saremmo andati a trovare i nonni!”.

Gaia Vignoli, 25 anni, da due mesi è volata a Londra per lavorare in una start-up produttrice di software per la vendita al dettaglio.

Come hai vissuto il trasferimento in piena pandemia?

“Avendo vissuto la prima parte della pandemia in Italia dove vigevano regole rigide per il contenimento del contagio, quando sono arrivata in Gran Bretagna sono rimasta un po’ spiazzata. Qui infatti non c’è mai stato l’obbligo di indossare mascherine all’aperto e io mi sono sentita più esposta al virus”.

Cosa ne pensi di come il Governo inglese ha gestito la pandemia?

“Se tutti, inglesi compresi, erano un po’ critici sul contenimento delle prime ondate, il Governo britannico si è sicuramente riscattato con la gestione del piano vaccinale.  Inoltre, il governo ha stabilito già da tempo una tabella di marcia molto chiara su come si svolgerà il ritorno alla normalità e, se tutto va come deve, verso fine giugno verranno eliminate quasi tutte le restrizioni”.

Sei già stata vaccinata?

“Non ancora, ma conto di potermi vaccinare a breve dato che qui stanno iniziando a vaccinare i quarantenni”.

Emanuele Davolio, 36 anni, da otto anni lavora per Smeg UK con sede nei pressi di Oxford.

Quali sono, a tuo avviso, le differenze principali tra la gestione della pandemia in Gran Bretagna rispetto all’Italia?

“La differenza maggiore è sicuramente legata alla visione delle mascherine che qui non sono mai state obbligatorie all’esterno. Direi che in generale gli inglesi tendano a rispettare le regole, ma che l’imposizione di alcune restrizioni sarebbe stata difficilmente applicabile nel Regno Unito dove la libertà individuale e il rispetto delle scelte altrui sono valori fondamentali. Generalmente le persone apprezzano l’operato del governo e di Boris Johnson. Molti dei suoi detrattori hanno in effetti cambiato idea su di lui.

Un grande vantaggio è sicuramente stata la gestione centralizzata e univoca di ogni decisione, sia essa politica, operativa o logistica. Inoltre, il tessuto economico inglese è prevalentemente formato da catene di shops, quindi una volta che la strategia veniva presa era possibile implementarla a cascata velocemente su tutto il territorio”.

Sei già stata vaccinato? 

“No, ma credo sia questione di un paio di mesi al massimo. Non vedo l’ora e se mi verrà proposto Astrazeneca non avrò problemi a farlo”.

Come lo vedi il futuro? 

“Sia a Londra che a Oxford si sta lentamente tornando alla normalità e le persone stanno gradualmente tornando a lavorare in ufficio anche se quasi tutti pensano che la situazione non sarà più come quella pre-pandemica. Il futuro credo sia incerto: l’uscita dall’unione europea ha già sortito i suoi effetti e l’economia ne sta risentendo. Tutto sommato però mi sento fiducioso: molti business che hanno avuto la capacita di adattarsi velocemente ai cambiamenti ne sono usciti rafforzati e fortunatamente questo vale anche nel mio caso”.

Maria Teresa Po, 27 anni, lavora come infermiera nel Pronto Soccorso dell’ospedale di York, e avendo vissuto l’emergenza in prima linea ha un’opinione un po’ diversa sulla gestione della pandemia: “la gestione è stata inadeguata da molti punti di vista. Nonostante gli avvertimenti dalla Cina e dall’Italia un mese prima, abbiamo sofferto la mancanza di dispositivi di protezione individuale e ciò ha causato la morte di tanti dipendenti del sistema sanitario; il lockdown nazionale è stato posticipato a lungo; abbiamo avuto molti casi importati visto che non hanno mai fatto controlli negli aeroporti di gente che aveva viaggiato all’estero. Il sistema di identificazione e gestione dei contatti Covid non è stato per molti mesi all’altezza di gestire e rintracciare gli alti numeri di positivi, oltretutto per molti mesi venivano fatti i tamponi solo alle persone che necessitavano di essere ammesse in ospedale, perché i laboratori erano oberati dai troppi numeri. Soprattutto la terza ondata, con la variante inglese, è stata devastante con numeri di contagi altissimi ogni giorno (sui 65/70mila) contando più ricoveri e più morti della prima ondata. A livello ospedaliero sono stati mesi devastanti e intensissimi. Molto di più della prima ondata”.

Com’è attualmente la situazione ospedaliera?

“Finalmente si inizia a vedere una luce in fondo al tunnel grazie alla campagna vaccinale che è andata a gonfie vele. Oltre la metà della popolazione è già stata vaccinata (32 milioni con la prima dose e 8 con la seconda), ed è calato drasticamente il numero di contagi e di morti. La differenza con l’Italia è stata di posticipare la seconda dose vaccinale di tre mesi indipendentemente dal tipo di vaccino che veniva inoculato. Ad esempio, io ho ricevuto la prima dose di Pfizer a gennaio e la seconda ad aprile, mentre l’indicazione di Ema era di iniettare la seconda dose a distanza di tre settimane. E’ stata una scelta discutibile, fatta senza evidenze scientifiche, ma che alla fine si è rivelata positiva, visto che i dati hanno poi confermato una copertura di circa l’80% dopo una sola dose. In questo modo, è stato possibile dare tante prime dosi a gran parte della popolazione, piuttosto che due a poche persone. Adesso aspetto con ansia di poter tornare a viaggiare: in primis per stare con la mia famiglia e i miei amici e poi per visitare il più possibile il resto del mondo”.

Chiara Sorrentino