Tino Casolari dà voce ai morti per tenere vivo il dialetto

Contadini, lavandaie, braccianti, e poi il sindaco, il curato, la suora e tutti gli altri protagonisti della ruralità carpigiana degli Anni Cinquanta si raccontano da morti nella raccolta di poesie dialettali di Tino Casolari, dichiaratamente ispirata a L'Antologia di Spoon River del poeta statunitense Edgar Lee Masters. “Così tramando le nostre radici”.

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Tino Casolari

Sono tanti e diversissimi i personaggi a cui Tino Casolari, poeta e autore di teatro dialettale, membro della compagnia teatrale La Vintaròla, ha dato voce nella sua raccolta di poesie Téra da béegh. Lo Spon River dei poveri ripescandoli dalla campagna carpigiana di settant’anni fa. E sono tutti accomunati da un’unica cosa: sono morti e tutti, in prima persona, raccontano della loro vita e dei loro pensieri, senza più la minima preoccupazione per il giudizio di nessuno. 

Da oltre quattro mesi Téra da béegh è presente nelle librerie carpigiane e continua a essere apprezzato dagli amanti del dialetto, fatto abbastanza curioso non essendo stata fatta alcuna presentazione dell’opera a causa delle restrizioni per la pandemia da Coronavirus.

E’ solo tramite il passaparola che il libro si è fatto conoscere e questo, a detta dell’autore, è una grande soddisfazione. “Sapevo di aver scritto qualcosa di piacevole, ironico e che induce alla riflessione, ma francamente non pensavo che il libretto trovasse così tanto riscontro”.

Perché è nata l’idea di questa raccolta di poesie?

“E’ nata per preservare il dialetto locale in un periodo in cui anche uno degli ultimi baluardi della cultura popolare, ovvero la compagnia teatrale dialettale della nostra città si è dovuta fermare a causa del Covid”. 

Quando è germogliata la sua passione per la poesia dialettale?

“Fin da ragazzo sono sempre stato molto creativo e ho sempre scritto canzoni e poesie. Negli ultimi anni mi sono agganciato al gruppo teatrale dialettale della Vintaròla e con loro ho potuto immergermi nel mondo dialettale. Un mondo che sarebbe da proteggere e continuare a tramandare. Quelli della mia età riescono a leggerlo e a scriverlo, quelli fino ai 50 anni riescono a capirlo e a parlarlo, ma tra le nuove generazioni è ormai in disuso”.

Quindi il dialetto è destinato a scomparire?

“Non so se lo perderemo. Il rischio è alto e penso allora che dovremmo fare un’alleanza generazionale per tenerlo vivo e questo perché il dialetto non è solo una lingua: è un sentimento. Il dialetto racchiude identità, cultura, radici, emozioni e certe parole, quelle appropriate, sono come un quadro che danno l’immagine dell’insieme. Quelli della mia età sono stati fortunati perché hanno potuto vivere certi momenti. Certo c’era della miseria, però fra le persone c’erano dei rapporti veri: ci si accontentava di poco e a volte quel poco era anche troppo”.

Chiara Sorrentino