Indagine Cna: 1 impresa su 4 teme di chiudere nel 2021

Particolarmente sofferente è il comparto dell’artigianato: in Emilia-Romagna, secondo le cifre di Unioncamere, nei primi nove mesi del 2020, hanno già chiuso i battenti 1260 imprese (circa il 10% di quelle in attività), di cui 140 nella sola Modena. Ed il 14% (180 nel nostro territorio) dichiarano di volerlo fare nel 2021.

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Una piccola impresa su quattro teme di chiudere nel 2021 se l’attuale stato di difficoltà dovesse protrarsi. A rilevare questa drammatica situazione un’indagine condotta dal Centro studi CNA tra gli iscritti (con la nutrita partecipazione di aziende modenesi).
Quale 2021 prevedono gli imprenditori sotto il profilo economico italiano? Il 74,1% delle imprese coinvolte nell’indagine immagina che la caduta del prodotto interno lordo tricolore registrata nel 2020 possa essere recuperata solo parzialmente nel 2021. Quasi un’impresa su quattro – il 23,1% – invece, è ottimista e crede che l’Italia sia in grado di riconquistare rapidamente i livelli pre-Covid.
Passando dal generale al particolare non cambia la situazione. A fronte di un 32,9% complessivo di imprese che nel 2021 ritiene di crescere (l’8,7% presume un incremento sui risultati pre-Covid) o perlomeno di recuperare le perdite accumulate nel 2020 (24,2%), si erge un predominante 67,1% scarsamente o per nulla fiducioso nel breve periodo. In particolare, il 40,1% delle imprese intervistate, dopo avere accusato un forte ridimensionamento nel 2020, è convinto che nel 2021 non tornerà ai livelli precedenti. E il residuo 27% ha addirittura paura di cessare l’attività nei prossimi mesi.
Disaggregando tali dati per settore, la palma dell’ottimismo va al comparto edilizio (il 46,5% è orientato favorevolmente, anche grazie alle speranze riposte nel Superbonus 110% e nelle altre agevolazioni previste per le costruzioni), seguito dal manifatturiero (36,2%). All’opposto, i settori a più accentuato timore di chiusura sono il turismo (43,5% del totale), il trasporto (33,3%) e i servizi per la persona (31,7%), comparti dove tre quarti e più delle imprese hanno subito danni economici gravissimi.

Particolarmente sofferente è il comparto dell’artigianato: in Emilia-Romagna, secondo le cifre di Unioncamere, nei primi nove mesi del 2020, hanno già chiuso i battenti 1260 imprese (circa il 10% di quelle in attività), di cui 140 nella sola Modena. Ed il 14% (180 nel nostro territorio) dichiarano di volerlo fare nel 2021.

Quali strategie le imprese propongono al governo per uscire dalla crisi? Il ventaglio di opinioni è divergente, ma grosso modo può raggrupparsi in tre ordini di suggerimenti. Il 36,4% delle imprese che hanno partecipato all’indagine è dell’opinione di continuare lungo la strada tracciata dal governo, adottando ancora la diversificazione delle zone a seconda della gravità della situazione sanitaria.
Il 35,6% del campione ritiene invece che, a questo punto, le ragioni dell’economia siano prioritarie e debbano essere evitati nuovi confinamenti. Il 28%, infine, chiede che l’Italia proceda nel solco degli altri Paesi europei, al fine principale di mantenere invariata la posizione competitiva nazionale.
Passando dalle strategie alle azioni prioritarie le imprese tendono a compattarsi. Quasi quattro su cinque ritengono che il governo debba garantire un adeguato sostegno alle imprese. Le altre priorità indicate da almeno una impresa su tre (la domanda prevedeva risposte multiple, ndr) sono gli investimenti in ricerca e istruzione, un massiccio piano di infrastrutturazione materiale e immateriale, il sostegno al reddito dei lavoratori.
“I decreti ristori hanno avuto come effetto di far galleggiare imprenditori e artigiani, ma non possono certo compensare i mancati guadagni. Sino a quando il Covid-19 non sarà sconfitto – continua la nota di CNA – saranno necessarie risorse da destinare ai ristori per le attività che continuano a essere penalizzate. Le norme vanno calibrate sulle dimensioni ridotte, caratteristiche delle attività produttive del nostro Paese. E invece si continua a legiferare sulla base di criteri che non hanno alcun riscontro nella tipologia imprenditoriale prevalente nella realtà italiana. Il risultato è che queste norme ricadono poi sulle piccole imprese, che ne pagano a loro spese l’inapplicabilità”.