Il rischio sudditanza

Per gli italiani la salute vale più della libertà e in nome della tutela della salute si sta diffondendo nel Paese uno spirito di delega, un’arrendevolezza socio politica che ha la sua radice nella paura del Covid 19.

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Quella di Paolo Becchi è una meditazione filosofica che ben illustra come si stia utilizzando l’emergenza sanitaria per modificare stili di vita, abitudini, modi di essere. Una lettura che aiuta a guardare in modo più consapevole eventi che siamo ben lontani da aver capito ancora appieno. Il professore ordinario di Filosofia del diritto presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Genova dove insegna Filosofia pratica e Bioetica in L’incubo di Foucault – La costruzione di un’emergenza sanitaria si espone con un atto di coraggio contro il ‘conformismo terapeutico dilagante’ rischiando di essere messo all’indice con l’accusa di negazionismo per il semplice fatto di contestare decisamente la narrazione ufficiale dell’emergenza sanitaria. Il punto filosoficamente essenziale è: ha ‘valore’ il mero fatto della vita naturale, del restare in vita – e per “vita” non si intende altro che questo? La sopravvivenza è davvero l’istanza suprema? “Per settimane, per mesi – scrive Becchi – abbiamo vissuto facendo della difesa non della vita ma del solo fatto di rimanere in vita, il valore fondamentale, supremo, della nostra esistenza, un valore superiore a qualsiasi altro valore, diritto, libertà, aspirazione. Meglio la sicurezza di una sopravvivenza miserabile della speranza di una vita felice. Non conta vivere bene secondo il bene. Non conta vivere all’altezza di quella dignitas che nel vivente contraddistingue l’umano. Conta solo salvare la pelle. Ma allora primum vivere in realtà è un po’ come morire”. Siamo partiti con il piede sbagliato, sostiene Becchi, e riducendo tutto alla difesa della ‘mera vita’ naturale ora ci troviamo costretti a convivere con l’incubo di perderla, con il panico, con l’ossessione da virus.

Primum vivere deinde philosophari. Becchi si chiede se abbia ancora senso parlare di società quando tutto o quasi si riduce alla dimensione domestica “ma la vita activa, per dirla con Hannah Arendt, la peculiarità della nostra condizione umana è la vita politica: una società senza contatti o con contatti ravvicinati ridotti al minimo è ancora “una società”?”.

Fatte le premesse, l’autore si spinge a definire la pandemia una lente di ingrandimento che ci consente di vedere meglio quello che è in atto da tempo: l’erosione del modello di democrazia e l’avanzare del dispotismo sanitario, la trasformazione dello Stato di diritto in uno Stato di emergenza medica, la sovranità digitale dei colossi statunitensi che si sono presi le scuole italiane e le università, il clima di terrore innestato da Governi che non hanno saputo reagire e continuano a proporre politiche emergenziali. “L’emergenza c’è non perché c’è il virus, ma il virus c’è e ci sarà sino a quando durerà lo stato di emergenza”.

Mi permetto ancora di saccheggiare dal volume. “Torneranno gli alunni a scuola, gli studenti all’università, i lavoratori e gli imprenditori nei loro luoghi di lavoro? Tutte le nostre principali occupazioni avverranno da casa? Telelavoro, teleconferenze, e-learning, e-commerce, visite mediche ‘da remoto’ e videochiamate. Non sarà allora che l’epidemia altro non sia che un grande alibi per transitarci verso un nuovo tipo di società fondata sulla sicurezza sanitaria e su una specifica paura? La Cina diventerà il modello di riferimento per tutte le democrazie occidentali, come lo è stato in questi mesi per l’Italia: libero mercato sì, ma con una popolazione costantemente sorvegliata e impaurita? Di nuovo liberi di muoversi sì, ma pedinati, dotati di una app di tracciamento?”.

Il Covid uccide e prudenza è dovuta a noi e agli altri. Ma non dobbiamo permettere che in nome del primato assoluto della sopravvivenza si muoia da vivi.

Sara Gelli