“Non si può trasformare il mondo in una maxi terapia intensiva”

Il nodo cruciale è quello di “limitare i contagi onde evitare che l’ultimo anello della catena di cura, ovvero la terapia intensiva si intasi come è successo a marzo” sottolinea il professor Gattinoni, Gastprofessor all’Università di Göttingen, una delle autorità mondiali nel campo dell’anestesia.

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professor Luciano Gattinoni

Le terapie intensive sono state al centro del dibattito soprattutto durante il picco pandemico in Italia ma, come ribadito con forza dal professor Luciano Gattinoni, Gastprofessor all’Università di Göttingen, una delle autorità mondiali nel campo dell’anestesia, al Festival della Scienza Medica di Bologna, “la terapia intensiva è l’ultimo anello della catena. Non si può pensare che tutto l’ospedale, o tutto il mondo, (ironizza) debba diventare una mega terapia intensiva. Possiamo anche fare un’isola deserta con 500 letti di TI ma sappiamo già, come dimostrato da varie esperienze in Italia e all’estero, che non funzionerebbe”.

La partita, prosegue il professore, si “gioca prima. Noi non sappiamo cosa condizioni il passaggio da portatore sano a malato manifesto o, peggio ancora, gravemente malato. Siamo però consapevoli che all’aumentare dei contagi, cresce il numero degli asintomatici, quello dei sintomatici e, verosimilmente quello di coloro che finiranno in terapia intensiva. Il nodo cruciale è dunque quello di limitare i contagi onde evitare che l’ultimo anello della catena di cura si intasi come è successo a marzo”.

Il rischio? Quello di non ricevere le cure adeguate: “una terapia intensiva intasata smette di essere tale. Non basta raddoppiare i letti, occorre raddoppiare anche le risorse umane, e parlo di personale medico specializzato e personale sanitario adeguatamente formato e competente. Non ci si può improvvisare. Le terapie intensive sono strutture complesse, la cui funzione è quella di mantenere attive le funzioni vitali compromesse dal supporto respiratorio a quello cardio-vascolare, dall’idratazione alla nutrizione. Occorrono un medico ogni sei letti, supportato da due infermieri, 24 ore al giorno: per tradurlo in numeri, 100 letti di terapia intensiva necessitano di 92 medici e 350 infermieri, ciò che non è possibile avere oggi”.

Ergo, solo un significativo contenimento del numero dei contagi può dare a “tutti la possibilità di curarsi adeguatamente in Terapia intensiva”. Sulla diminuzione della mortalità, il professor Gattinoni è lapidario: “il virus non ha mutato le sue caratteristiche, possiamo però dire che le terapie e l’assistenza sono migliorate. Non esiste un trattamento giusto, occorre adeguarlo a seconda dello stadio della malattia e questa patologia può avere un’evoluzione molto rapida. La funzione della terapia intensiva è quella di mantenere le funzioni vitali, paradossalmente non guariamo nessuno; noi compriamo il tempo in attesa che le risorse dell’organismo, l’intervento dei medici, un farmaco miracoloso o il Padreterno sconfiggano la malattia”.

Gattinoni conclude poi il suo intervento appellandosi a un profondo ripensamento del Sistema Sanitario: prima del 1978, anno in cui nacque il Sistema Sanitario Nazionale, esistevano i cosiddetti medici volontari dell’ospedale. Al mattino lavoravano in ospedale e al pomeriggio nel loro studio visitavano i pazienti, si recavano al loro domicilio e in caso di problemi gravi se li portavano il giorno dopo in ospedale. C’era cioè una grande continuità tra nosocomio e territorio e l’educazione medica era continua poiché l’ambiente ospedaliero consentiva a quei professionisti di restare sempre aggiornati a differenza di chi, oggi, resta isolato all’interno del proprio studio. Dopo il 1977 i medici di base sono diventati liberi professionisti convenzionati la cui preparazione e ammissione viene fatta attraverso corsi ideati da quegli stessi liberi professionisti indipendenti dall’ospedale. Un sistema che dev’essere rivisto e ripensato profondamente” per far sì che ospedale e territorio dialoghino davvero in modo proficuo e creino un continuum efficace nella cura e nell’assistenza. Integrazione quantomai necessaria, conclude il professor Gattinoni, “per affrontare le ulteriori prove a cui molto probabilmente saremo sottoposti negli anni a venire quando qualche battere o virus si farà nuovamente vivo provocando altre potenziali pandemie”.

Jessica Bianchi