Come eravamo…

E’ il commercio l’ambito della ricerca affidata a Luciana Nora nel volume che celebra il trentennale di Confesercenti Carpi pubblicato nel 2001. Grazie a lei, la sezione etnografica dei Musei di Palazzo Pio ha offerto alla città contributi preziosi per ricostruire storia e costumi locali. In Commercianti si nasce… specialmente a Carpi, Luciana Nora scrive anche della trasformazione in atto dagli Anni ’50.

0
841
Seconda metà degli anni ’50 del ‘900. Pasticceria San Francesco condotta da Bruno Piccagliani. Foto Gasparini

E’ il commercio l’ambito della ricerca affidata a Luciana Nora nel volume che celebra il trentennale di Confesercenti Carpi pubblicato nel 2001. Grazie a lei, la sezione etnografica dei Musei di Palazzo Pio ha offerto alla città contributi preziosi per ricostruire storia e costumi locali. In Commercianti si nasce… specialmente a Carpi, Luciana Nora scrive anche della trasformazione in atto dagli Anni ’50.

“Nel 1955 la popolazione carpigiana ammontava a 39.869 unità, nel 1966 si era arrivati a 50.212. Il notevole incremento aveva gravato sul centro storico per poco più di mille unità; ad essere toccate vistosamente dall’aumento demografico erano state le frazioni di Cibeno e Quartirolo.

Ferramenta Focherini sotto il portico di Corso Alberto Pio. Foto Gasparini

A fronte delle altre frazioni in decremento, Cibeno da 2.352 abitanti lievitava a 8.574, Quartirolo da 3.296 a 10.952. In breve tempo si dovette prendere atto che le due cosiddette ville si erano inglobate al centro cittadino. Negli stessi anni il commercio al minuto di generi alimentari passava da 274 esercizi a 414; i non alimentari da 250 a 409. Il trapasso dall’antica tradizione contadina al nuovo che avanzava certamente deve aver generato, specie tra gli anziani, non piccoli traumi da separazione o, comunque, la consapevolezza che sul passato calava un sipario che non si sarebbe mai più alzato. Su un supplemento del mensile locale La Tribuna del dicembre 1980, uscivano spaccati di memoria di quanti, inurbandosi, avevano sperimentato il cambiamento: “La famiglia non era più adatta alla campagna… Il trasloco è stato un dramma perché da contadini avevamo messo insieme un sacco di cianfrusaglie a cui eravamo anche un po’ affezionati… è stato un problema dover gettare tanta roba: mobili, casse, gioghi, botti. Abbiamo tenuto il mosquito e il trattore, il pendolo, qualche bidone e il fucile da caccia. Eravamo contenti perché si stava a Carpi, e proprio al confine della città con veduta sui campi aperti… Erano i nonni quelli che si adattavano meno: sempre nell’orto oppure giù nello scantinato, fra gli attrezzi a ripulire verdura o ad affilare falci che ormai non servivano più… Fino a che è stato al mondo mio padre ci si trovava tutti insieme a pranzo e a cena qui, nella stessa cucina… otto persone in dodici metri quadri, con fornelli, tavolo e machina da cucire. Anche il mangiare è stato un po’ un trauma. Non eravamo abituati a fare la spesa tutte le mattine e a tornarcene con tanti cartoccini, con un. Etto di prosciutto qua e una fetta di formaggio là. Quando si vedeva sotto il naso tutti quei cartocci, il nonno diceva sempre: “ma cos’è tutta ‘sta carta che i bottegai vi fanno pagare”. Non ci trovavamo perché si era abituati a fare con quel che si aveva in casa: il pros

Anni ’70 del ‘900. Amerite Sgarbi che gestiva la macelleria equina allora in via Berengario. L’esercizio, a cura della stessa conduttrice,. Settimanalmente offriva alla vendita un ottimo stracotto di somaro caldo che gli acquirenti andavano ad acquistare muniti di contenitori metallici a chiusura ermetica.

ciutto, la forma intera di formaggio, il galletto a cui si tirava il collo… Invece in città si tornava dalle botteghe avendo speso tanto e con l’impressione di non aver portato a casa nulla…”.

 

In quegli anni il termine bottega, più rappresentativo di punti vendita dove si esercitava

anche l’artigianato, per certi aspetti simili a un magazzino – emporio, dove la merce era accatastata più che esposta, ebbe a trasformarsi in negozio dove le strutture espositive, le modalità di proporre e servire le merci mutavano radicalmente: non si accartocciava più in carta gialla, blu o da giornale ma si incartava, si iniziava a infiocchettare la merce. Seppur timidamente, iniziava un consumo non più strettamente legato al bisogno ma aperto anche al superfluo.