“Il virus non è diventato più buono”

“Ora che la Fase 2 è iniziata siamo ancora spaventati e noto che le persone continuano a tenersi a distanza le une dalle altre ma il rischio, col passare dei giorni, è che il timore si affievolisca, che ci si senta via via più rassicurati a tornare alle vecchie abitudini ma questo non sarà possibile ancora per molti mesi. Non dimentichiamolo: non è questo il momento di mollare. Il virus è sempre lo stesso. Ed è ancora qui”, spiega la dottoressa Cristina Mussini, direttore del Reparto di malattie infettive del Policlinico di Modena.

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La dottoressa Cristina Mussini, direttore del Reparto di malattie infettive del Policlinico di Modena

“Sgombriamo immediatamente il campo dalla fake news secondo cui il coronavirus sarebbe diventato più buono! Non vi è alcuna evidenza scientifica o clinica che il virus sia mutato. I casi di polmonite che vedevano all’inizio – spiega la dottoressa Cristina Mussini, direttore del Reparto di malattie infettive del Policlinico di Modena – sono esattamente uguali a quelli che si registrano oggi, sono soltanto numericamente inferiori, dal momento che siamo rimasti chiusi in casa per due mesi, e giungono in ospedale un po’ prima, ma il quadro clinico è il medesimo. Sto sentendo cose assurde da più fronti: non siamo fuori dall’epidemia e non vorrei che venisse a mancare la percezione del rischio perché sarebbe molto pericoloso”.

Dottoressa Mussini, quali sono i rischi di carattere sanitario legati alla Fase 2? E quanto sono importanti i comportamenti individuali?

“Grazie al lockdown il virus sta circolando meno ma non siamo a zero contagi; se 1 tampone su 30 è ancora positivo vuol dire che il virus è presente. Non dimentichiamo poi che vi sono gli asintomatici, persone mai sottoposte a tampone e dunque inconsapevoli di esserlo che, pur non presentando sintomi, possono veicolare questo virus altamente trasmissibile. L’unica arma che abbiamo per difenderci è il distanziamento fisico. Caldeggio l’utilizzo delle mascherine, ma se devo scegliere tra tale dispositivo di protezione e la distanza, opto certamente per la seconda. Ora che la Fase 2 è appena iniziata siamo ancora spaventati e noto che le persone continuano a tenersi a distanza le une dalle altre ma il rischio, col passare dei giorni, è che il timore si affievolisca, che ci si senta via via più rassicurati a tornare alle vecchie abitudini ma questo non sarà possibile ancora per molti mesi. Non dimentichiamolo: non è questo il momento di mollare. Il virus è sempre lo stesso. Ed è ancora qui”.

Pensa che il peggio sia passato?

“Nessuno può saperlo. Quando è arrivato in Italia il virus? A dicembre? A gennaio? Per quanto tempo ha circolato prima di provocare l’onda d’urto fortissima registrata alla fine di febbraio? Dai racconti che giungevano dalla Cina, non avevamo compreso l’entità di questa malattia. Sembrava poco più di un’influenza. I dati forniti, e assolutamente mistificati, ci parlavano di una mortalità bassissima. Non era vero nulla. Ora qualcuno ipotizza che dopo aver abbattuto la carica virale, tra settembre e ottobre, il virus possa riprendere a circolare maggiormente, facilitato anche dal calo delle temperature… chi può dirlo? Nessuno di noi era vivo ai tempi della Spagnola: il nostro progresso tecnologico ci aiuterà oggi a vincere la pandemia? L’unica certezza che abbiamo è quella di essere di fronte a un virus nuovo per il quale non esistono esperti. Certo nel comitato tecnico – scientifico che sta aiutando il Governo a fronteggiare l’emergenza vi sono valenti professionisti ma anche loro brancolano nel buio perché tutti noi abbiamo di fronte qualcosa di completamente inedito”.

Nel modenese com’è la situazione sul versante della mortalità degli ospedalizzati?

“A Modena i dati della mortalità sono confortanti. Tra i pazienti ricoverati siamo passati da una mortalità, nelle prime due settimane dall’inizio dei contagi, del 20% all’attuale 6%. Grazie all’utilizzo sperimentale del Tocilizumab, nei pazienti meno gravi, la mortalità si è abbassata dell’80%. Un risultato che ci ha dato sin da subito una grande speranza: come fai dopo aver testato l’efficacia del farmaco a condurre uno studio randomizzato? Noi non volevamo veder morire nessuno e lo abbiamo somministrato a tutti”.

Una eventuale ulteriore impennata nel numero dei contagi rischierebbe di far collassare il sistema?

“A livello sanitario il sistema reggerebbe, per l’economia sarebbe un tragedia. Qui non siamo stati più bravi rispetto ai colleghi di Piacenza, semplicemente, eravamo più lontani dall’epicentro dell’epidemia e più ti allontani dallo tsunami più hai la possibilità di gestire il flusso dei malati in modo meno massivo. Avevamo a disposizione 70 posti di terapia intensiva e non sono mai stati del tutto pieni questo ci ha permesso di non dover mai scegliere chi intubare e chi no. Un privilegio che non tutti hanno avuto. All’inizio si tendeva a intubare subito ora ci domandiamo se non sia meglio ricorrere prima ad altri sistemi di ventilazione meccanica meno invasivi… Stiamo facendo esperienza di una malattia che non conosciamo”.

Una malattia che in alcuni passa sotto traccia, in modo del tutto asintomatico, mentre in altri scatena una risposta immunitaria talmente violenta da ucciderli in pochi giorni.

Jessica Bianchi