Paola Davoli, l’innovazione digitale nella moda

I primi approcci dell’azienda carpigiana con la tecnologia risalgono al 1995 quando fu realizzato il sito internet. Da lì è passata l’internazionalizzazione che ha portato il brand ad affermarsi nell’Estremo Oriente. Fino ad oggi il marketing digitale ha contribuito per una quota minima, ma in costante crescita, del fatturato aziendale: dopo il coronavirus non sarà più solo importante ma basilare.

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Fabrizio Stermieri Ph Giulia Mantovani

Da trentacinque anni lavora nel settore della moda in cui le sfide non sono certamente mancate. Per Fabrizio Stermieri, titolare del marchio Paola Davoli, questa imprevista situazione costringe a mettersi in gioco. Sebbene sia impossibile avere certezze, perché occorre aspettare che tutto questo finisca, si guarda avanti pronti a nuove scommesse.

In questa azienda a gestione familiare, fondata nel 1970 dalla madre che resta l’anima creativa dell’abbigliamento maglieria donna di media/alta gamma, i primi approcci con la tecnologia risalgono al 1995 quando, “per l’esigenza di presentarci in modo innovativo in fiera a Milano, fu realizzato il primo sito internet aziendale che, nel tempo è diventato sempre più lo strumento di informazione e promozione con cui abbiamo mosso i primi passi all’estero: niente fiere o consulenze ma una vetrina sul web”.

L’internazionalizzazione ha portato Paola Davoli ad affermarsi nel Far East, nelle regioni dell’Estremo Oriente, dal Giappone alla Corea del Sud fino a Taiwan e Hong Kong dove le vendite avvengono regolarmente da più di vent’anni. “Il sito web fin da subito è stato concepito come la modalità più veloce ed economica per aggiornare i clienti ma è cresciuto passo dopo passo con investimenti che fossero sempre sostenibili”.

Lo sviluppo del digitale

Fino ad oggi il marketing digitale ha contribuito per una quota limitata, ma in costante crescita, del fatturato aziendale: dopo il coronavirus non sarà più solo marginale ma importante e basilare.

“I clienti giapponesi che anni fa ci facevano visita anche quattro volte all’anno oggi hanno azzerato i viaggi e accedono al catalogo online che viene rinnovato ogni sei mesi con le immagini delle nuove collezioni e per la loro campionatura. I nuovi clienti che ci approcciano apprezzano la possibilità di essere costantemente aggiornati: non escludo che nel prossimo futuro si possano condurre le trattative via Skype” commenta Fabrizio Stermieri. L’arretratezza della infrastruttura informatica italiana costituisce un ostacolo, perché “senza la velocità della vera fibra ottica non si va da nessuna parte anche se da anni si parla di agenda digitale nazionale”. A ciò si accompagna una “arretratezza culturale generale, anche di parte del mondo imprenditoriale”.

“Non facciamo maglioncini al quintale”

Il distretto carpigiano della moda già viveva di stenti pur avendo conservato una preziosa eredità dal passato. Ci sono brand come Paola Davoli che hanno sempre prodotto sul territorio perché “a parte i filati che provengono in gran parte all’estero, si può contare a Carpi su tessiture, maglierie, laboratori di taglio, stilisti e creativi in grado di conferire al prodotto finale un valore aggiunto che è ancora apprezzato all’estero e che ci permette di realizzare il giusto margine di guadagno. A Carpi non si fanno maglioncini al quintale come i cinesi a cui abbiamo fatto fare anche le mascherine per importarle in passato al costo di otto centesimi al massimo. In questo distretto che si sta sfilacciando la moda creativa resta protagonista: qui è possibile produrre collezioni di qualsiasi genere perché qui, a Carpi, c’è tutto nello stesso territorio”.

Con Moda Maker Carpi si è messa in vetrina nel mondo: gli imprenditori che hanno partecipato con noi alle edizioni dell’esposizione carpigiana si sono messi in gioco insieme nell’invitare i clienti poi ognuno ha proposto alla clientela estera le proprie ricerche e promozioni.

Previsioni sul domani?

“La nostra fortuna è aver lavorato con grande anticipo e quindi si è consegnata la maggior parte della merce ma la moda è come gli alimenti: a star lì, marcisce e se i negozi restano chiusi non possono vendere.

Non faccio previsioni ma gli apparati della burocrazia italiana sono d’intralcio alla velocità che richiedono le risposte: c’è da tamponare rapidamente la situazione senza aspettare la prossima riunione dell’Europa tra quindici giorni. In Italia ci sono il doppio delle regole da rispettare rispetto ad altri Stati. Nel nostro distretto fatto perlopiù di laboratori e piccole e medie aziende avremmo potuto garantire la sicurezza sul lavoro col distanziamento facendo i turni senza fermare la produzione ma proseguendo al minimo.

In Giappone dal giorno successivo all’emergenza sanitaria si sono organizzati senza il bisogno di complesse e dettagliate direttive pubbliche. Ne usciremo ma resterà in piedi solo chi non ha fatto il passo più lungo della gamba e chi non è stato scorretto”.

Quali valori ci ha fatto riscoprire l’emergenza?

“Si farà più attenzione alla sostenibilità nei consumi e, di conseguenza, si ridimensionerà la produzione sfrenata dell’era della globalizzazione che ha avuto lati positivi ma anche negativi.

Si producevano 140 miliardi di capi d’abbigliamento per 7 miliardi di persone e i prodotti tessili, soprattutto quelli in fibre sintetiche difficili da disassemblare e riciclare, sono tra i più inquinanti”.

Il 2020 andrà gestito come un anno speciale e non si può certo pensare di recuperare tutto il perduto: per il nostro settore significa saltare due o tre stagioni e ancora dobbiamo capire come si vivrà dopo il coronavirus”.

Sara Gelli