Quale destino per il vecchio Ospedale?

La gestione della cronicità è la vera sfida del futuro, ecco perché, tra le ipotesi di riconversione del vecchio Ramazzini devono trovare spazio servizi fondamentali come l’Ospedale di Comunità e posti letto da adibire al fine vita.

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Sono già un esercito in città e ben presto scateneranno la tempesta perfetta. Stiamo parlando degli Over 65: hanno già raggiunto quota 16.464 su una popolazione residente pari a 71.836 individui (dati Istat – gennaio 2019) e c’è poco da stare allegri. Il progressivo invecchiamento della popolazione carpigiana esige un ridisegno complessivo della rete dell’assistenza del nostro territorio. Una sfida urgente e non più procrastinabile che, la costruzione del nuovo ospedale di Carpi, stando allo Studio di prefattibilità, pare non cogliere affatto. Il progetto, infatti, allo stato attuale, ci restituirà una struttura “sostitutiva”, seppur più moderna e migliorata dal punto di vista strutturale e tecnologico, i cui contenuti si limiteranno a “sovrapporsi a quelli già esistenti” al Ramazzini. Quella del nuovo nosocomio in città è una discussione che tiene banco da oltre dieci anni ma il rischio è quello di progettare un contenitore fotocopia del tutto inadeguato a fronte del profondo e radicale cambiamento della società. Le demenze diverranno “endemiche” così come i quadri clinici caratterizzati da patologie croniche multiple: come ci prenderemo cura di tali persone?

Chi se ne farà carico? Non certo l’ospedale, luogo deputato ad accogliere le acuzie e dove si resta – e si resterà – ricoverati per un lasso di tempo sempre più breve. In uno scenario dalle tinte decisamente fosche il tema dell’integrazione e della continuità assistenziale tra strutture ospedaliere e domicilio è imprescindibile. Nel ridiscutere il ruolo e l’identità del Ramazzini all’interno della rete sanitaria provinciale non si può non fare i conti con un rafforzamento consistente dei servizi territoriali domiciliari, a oggi del tutto inadeguati ad affrontare la tempesta che si prospetta sul medio periodo all’orizzonte.

La gestione della cronicità è il vero nervo scoperto ecco perché, soprattutto, tra le ipotesi di riconversione del vecchio Ramazzini devono trovare spazio servizi fondamentali come, solo per citare alcuni esempi, l’Ospedale di Comunità (Osco) e, perché no, posti da adibire al fine vita (altro che Hospice a San Possidonio di cui ancora non si conoscono progetto esecutivo e gestione).

Rendere concreto il processo di integrazione fra reti cliniche/assistenziali significa riconfigurare, guidati da una visione sistemica d’insieme, le cure primarie, l’assistenza ospedaliera e le soluzioni residenziali o domiciliari. Non si può riorganizzare l’assistenza primaria e la rete ospedaliera se, in una logica di continuità assistenziale, non viene affrontato il tema del potenziamento delle strutture intermedie territoriali, la cui carenza o mancanza, ha inevitabili ripercussioni su un utilizzo appropriato dell’ospedale. L’Osco – in provincia di Modena sono attivi quelli di Fanano e Castelfranco – è una struttura di degenza territoriale, inserita nella rete dei servizi distrettuali, a forte gestione infermieristica, che prevede la presenza di infermieri e operatori sociosanitari 24 ore su 24, con assistenza medica garantita dai Medici di Medicina Generale e dai Medici della Continuità assistenziale, con il supporto degli specialisti. Un modello intermedio tra l’assistenza domiciliare e l’ospedalizzazione destinato a soggetti appartenenti alle fasce più deboli della popolazione assistiti dal proprio medico di famiglia, nella fase post acuta di dimissione dall’ospedale, oppure affetti da riacutizzazioni di malattie croniche che non necessitano di terapie intensive o di diagnostica a elevata tecnologia e che non possono, per motivi di natura clinica e sociale, essere adeguatamente trattati a domicilio; si tratta pertanto di cure intermedie che realizzano, per questi pazienti, la continuità delle cure dopo la dimissione ospedaliera e prima del rientro al proprio domicilio. Un luogo “aperto”, dove gli spazi sono pensati per una tipologia di degenza che prevede la presenza dei familiari senza vincoli di orario, con la possibilità di stare vicini ai propri cari in modo confortevole, dove prevale la cura ai bisogni della persona rispetto alla cura medica.

Le modifiche demografiche e l’insostenibilità sul medio e lungo periodo del modello assistenziale pubblico impongono scelte coraggiose e lungimiranti. In città occorrono: una struttura ospedaliera dotata di un ampio Pronto soccorso pronto a rispondere in modo efficiente, rapido e professionale alle emergenze e in grado poi di indirizzare i pazienti, una volta stabilizzati, verso le strutture più consone al trattamento del singolo caso; dei posti letto ponte tra ospedale e domicilio e un’assistenza domiciliare rafforzata e capillare. I muri ci sono già, riempiamoli!

Jessica Bianchi