Il patentino per i padroni di cani non dovrebbe essere legato alla razza

A Milano entrerà presto in vigore la nuova ordinanza sugli animali. Tra gli emendamenti proposti quello più discusso riguarda il corso di tre giorni per i padroni di cani di razze potenzialmente pericolose. Ne abbiamo parlato con Lara Dalloli, educatore cinofilo FICSS e addestratore ENCI presso Dogs on the Road® ASD.

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Lara Dalloli

L’educazione dei cani, si sente ripetere spesso, passa dall’educazione dei loro padroni. E’ di questi giorni la proposta del Comune di Milano di introdurre un patentino obbligatorio per i padroni di cani ritenuti potenzialmente aggressivi (Pitbull, Rottweiler, Bull terrier, American Staffordshire, Cane Corso, Dogo Argentino e Cane Lupo Cecoslovacco) in merito al nuovo regolamento sul benessere e la tutela degli animali, con multe fino a 

500 euro in caso di inadempienza.

Il patentino si ritiene conseguito a seguito di un corso di tre giorni offerto da Comune, Ats e Ordine dei Veterinari, per formare sulle “caratteristiche etologiche dell’animale”, con l’obiettivo di consentire una gestione più consapevole del proprio cane, nella convinzione che il problema non siano i pitbull, i rottweiler, i bull terrier, il dogo argentino o i lupi cecoslovacchi che circolano in città, bensì i loro padroni che non ne conoscono carattere, problemi e potenzialità aggressive. 

Il regolamento introdurrebbe inoltre il divieto per il proprietario di condurre il cane al guinzaglio in bicicletta, di lasciarlo sul balcone senza possibilità di rientrare, un inasprimento delle ammende per chi non raccoglie le deiezioni, utilizzo del collare a scorrimento, volgarmente definito “a strozzo”, ed eliminerebbe l’obbligo di utilizzo della museruola per determinate razze nelle aree cani.

A intervenire sul tema è Lara Dalloli, educatore cinofilo riconosciuto FICSS e addestratore ENCI presso Dogs on the Road® ASD.

“Sicuramente tre giorni non sono sufficienti per comprendere nella sua interezza un cane, a prescindere dalla razza, ma credo che possano essere un punto di partenza per valutare come poter migliorare il rapporto con il proprio cane e la sua gestione. Questi incontri possono aiutare il proprietario a prendere coscienza dei punti deboli, su cui poi sarebbe opportuno lavorare insieme al cane con addestratori qualificati”.

E’ giusto restringere l’ordinanza solo a determinate razze di cani? 

“Da alcuni anni presso il Centro Cinofilo Dogs on the Road®, io e il mio collega Riccardo Artuso, ci occupiamo di rieducazione comportamentale di cani considerati pericolosi, quindi anche sotto ordinamento comunale per aver aggredito altri cani o persone. 

Ogni situazione va valutata singolarmente, ma partiamo sempre da un errore commesso dai proprietari, volontario o involontario, che si tratti di imprudenza o incoscienza, ma ogni problema comportamentale del cane origina da un errore umano. Quindi crediamo che un patentino, fatto nel giusto modo, possa essere utile per qualsiasi persona che ha – o intende avere – un cane, per avere una maggiore consapevolezza delle potenzialità del proprio animale domestico, per comprendere quale sia il modo migliore di gestirlo, quali siano le sue motivazioni e le inclinazioni caratteriali. 

Il patentino non dovrebbe essere una questione di razza, al contrario sarebbe opportuno proporre un percorso aperto a tutti i proprietari di cani, poiché avere maggiori informazioni sul proprio amico a quattro zampe rappresenta un’opportunità per tutti e non un’imposizione”.

Sei favorevole all’introduzione del patentino anche nel resto d’Italia? 

“Sarebbe utile, quanto utopico, proporre in tutta Italia un patentino per i proprietari di cani. Il nostro è un Paese assolutamente disomogeneo in termini di benessere animale, basti pensare che in tantissime zone è ancora diffuso il problema del randagismo, dei canili pieni lasciati in mano a privati interessati solo al mero al guadagno e di proprietari che non impiantano nemmeno il microchip al cane nonostante sia obbligatorio dal 2004. 

Nondimeno sarebbe interessante, nel caso in cui il Consiglio di Milano lo approvasse, avere dei dati in merito a questa prima esperienza, per comprenderne la reale valenza ed efficacia, e quindi valutare se proporlo anche in altri comuni. Ammetto che la proposta della città meneghina è audace, ma credo che per ottenere dei cambiamenti si debba anche essere in grado di osare”.

Chiara Sorrentino