Nessuno tocchi Caino

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Su Netflix è già possibile vedere Sulla mia pelle, il film che Alessio Cremonini ha realizzato sull’ultima settimana di vita di Stefano Cucchi. La vicenda è nota ma il suo racconto cinematografico è indiscutibilmente necessario, così come sarebbe necessaria una distribuzione in sala perché in questo Paese c’è bisogno di un richiamo alle regole del diritto e della legalità costituzionale. Norme che, a giudicare dall’epilogo tragico, e non solo del caso del giovane in questione, evidentemente vengono disattese con incredibile disinvoltura per non dire di peggio. Il film è cauto, ma l’odissea di sofferenza e di incuria è mostrata con geometrica precisione. Il lungo flash back cui si assiste sullo schermo ci introduce in un meccanismo a dir poco kafkiano, dove gradino dopo gradino, ingranaggio dopo ingranaggio, le varie tappe di questa laica via crucis si concatenano senza mai lasciare intravedere una via di uscita. Si susseguono infatti l’incredibile latitanza dell’avvocato, i dinieghi alla visita nei confronti dei famigliari, la cecità e superficialità di medici, infermieri, giudici, che sembrano non vedere la reale natura degli ematomi di Cucchi e si accontentano delle parole di Stefano: per non farsi (fare) ancora del male, continua a dire di essere rotolato giù dalle scale. Il personaggio è oggettivamente “antipatico” e non fa nulla per accattivarsi non dico la simpatia, ma la solidarietà o forse la pietà di chi lo incontra, (e nemmeno del pubblico che lo guarda), ma questo mette ancor più in evidenza l’ingiustizia del trattamento subito. Le cure e le attenzioni che gli erano dovute, e soprattutto la violenza che non doveva essergli fatta, costituiscono la base su cui si fonda lo stato di diritto. Il film mostra con oggettività e senza retorica, tutto questo, grazie a una sceneggiatura attenta e rigorosa nell’attenersi alle poche verità processuali emerse, senza sbilanciarsi in accuse avventate. Ma anche questo accresce il valore della denuncia. La prova attoriale è di primo livello: Alessandro Borghi offre un ritratto quasi fotografico; si è lasciato alle spalle una ventina di chili, prima di sprofondare nel corpo, nei modi e nelle parole (poche) di Stefano. La sorella Ilaria, impersonata da un’altrettanto mimetica Jasmine Trinca, ha affermato di aver trovato la somiglianza straordinaria. La fotografia restituisce le cupe atmosfere, fredde e spoglie, che hanno visto gli ultimi passi di una vita interrotta senza una ragione.

Il cinema civile riconferma con quest’opera la sua necessità e la sua funzione. Il merito maggiore del film sia nel denunciare l’irregolarità, la violenza gratuita e intollerabile. A tal proposito alla Mostra un altro film – 22 July (22 Luglio) del regista inglese Paul Greengrass – ci ha messo di fronte il modo corretto, civile di trattare un sospettato, un detenuto, per un qualsiasi reato, anche il più grave. L’autore ricostruisce la storia giudiziaria di Anders Breivik, il neonazista norvegese autore dell’attentato nel centro ministeriale di Oslo e della successiva strage sull’isola di Utoya nel 2009. Il film che cinematograficamente non brilla per inventiva, rimette in fila con piatta precisione il succedersi degli avvenimenti: la collocazione del furgone che poi esplode davanti al palazzo del primo ministro; lo sbarco del terrorista sull’isola dove è in corso un campeggio di giovani socialisti, che vestito da poliziotto e armato fino ai denti, compie la sua strage per eliminare “liberali, marxisti, figli della classe dirigente e futuri leader del paese” (parole sue). L’attacco terroristico costituisce il prologo del film, il suo svolgimento invece è dedicato alla vicenda di un ferito gravissimo e al suo percorso di riabilitazione fino alla testimonianza nel processo e all’iter giudiziario che ha portato alla condanna a 21 anni di Breivik. Ciò che però il film pone in primo piano è la condizione del prigioniero e l’esercizio del diritto di difesa di un così feroce individuo, colpevole della morte di 77 persone (non della detenzione di un po’ di marijuana e di un eventuale spaccio di droga – da qui il richiamo al film precedente). L’autore vuole sottolineare giustamente la superiorità della democrazia e della legalità a fronte di un’ideologia sovranista e razzista che per affermarsi non esita a esercitare la violenza. E’ la superiorità culturale che dovrebbe appartenere a tutti gli stati democratici e che, almeno sulla carta, anche quella con la C maiuscola, è scritta a chiare lettere. Purtroppo pare essere così solo in un nord Europa che a fatica cerca di resistere all’invasione (non quella dei migranti, che non c’è) ma a quella dei barbari dell’ultradestra che invece esiste e minaccia non solo il Nord. Anche questo film è di produzione e distribuzione Netflix (almeno per ora). Un vero peccato perché la sua visione andrebbe programmata al livello scolastico più capillare.

Ivan Andreoli

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