La Sindrome del Burnout negli operatori socio sanitari

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Stress, affaticamento lavorativo e frustrazione prolungati possono costituire una vera e propria bomba a orologeria. Una spirale di disagio che può condurre a un cortocircuito psicologico definito burnout. Una fatica cronica che colpisce perlopiù le cosiddette professioni di aiuto, quali infermieri, Oss, medici, assistenti sociali, psicologi, educatori. Categorie professionali nelle quali vi è una relazione stretta, diretta e continua tra operatore e utente. Relazione che, nel tempo, può diventare logorante per l’operatore, sopraffatto dalle richieste emozionali del proprio interlocutore bisognoso di aiuto e cura. L’individuo si sente così svuotato e sfinito, gli manca l’energia per affrontare un altro giorno, le sue risorse emozionali sono consumate e non c’è una sorgente da cui attingerle di nuovo. Le cause più frequenti del fenomeno sono il lavoro in strutture malgestite, la scarsa o inadeguata retribuzione, l’organizzazione del lavoro disfunzionale, lo svolgimento di mansioni frustranti o inadeguate alle proprie aspettative, l’insufficiente autonomia decisionale e sovraccarichi di lavoro. Ma si può uscire da questa spirale? Come ci si può difendere? A rispondere sono le psicologhe e psicoterapeute Federica Vandelli e Fabiana Zani del Centro di Psicologia e Logopedia di Carpi.

In che cosa consiste la Sindrome del burnout e come si manifesta?

“La Sindrome del burnout è una vera e propria patologia mentale anche se non ufficializzata come tale all’interno del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. E’ stata identificata come specifica malattia professionale da Christina Maslach nel 1975 e si tratta di un processo complesso e multifattoriale che riguarda sia le persone che la sfera organizzativa e sociale nella quale operano. E’ una forma di reazione allo stress lavorativo tipica delle professioni di aiuto, come per esempio medici, infermieri, professioni che richiedono competenze tecniche e contemporaneamente implicano quotidiane e ripetute relazioni interpersonali. In quanto sindrome si tratta di un insieme di sintomi come affaticamento, nervosismo, apatia e improduttività lavorativa. Queste manifestazioni psicologiche e comportamentali possono essere raggruppate in tre categorie di disturbi. La prima è l’esaurimento emotivo che consiste nel sentirsi emotivamente svuotato e annullato dal proprio lavoro, sensazione che comporta la convinzione di non avere più nulla da offrire a livello psichico. La seconda è definita depersonalizzazione e si manifesta come distacco, cinismo, ostilità verso le persone con cui si lavora. L’ultima categoria è chiamata ridotta realizzazione personale e riguarda il crollo dell’autostima e del desiderio di successo conseguente alla percezione della propria inadeguatezza sul lavoro. La persona che soffre di burnout manifesta sintomi psicologici come depressione, scarsa stima di sè, senso di colpa, sensazione di fallimento, rabbia, risentimento, irritabilità, aggressività, alta resistenza ad andare al lavoro, indifferenza, negativismo, isolamento, sospetto e paranoia, rigidità di pensiero e resistenza al cambiamento, difficoltà nelle relazioni con l’utenza, cinismo, atteggiamento colpevolizzante nei confronti di assistiti e colleghi di lavoro. Inoltre presenta somatizzazioni e sintomi aspecifici come irrequietezza, senso di stanchezza, esaurimento, apatia, nervosismo e insonnia. Nell’insorgenza del burnout possono incidere le aspettative connesse al proprio ruolo professionale, le relazioni interpersonali, le caratteristiche dell’ambiente di lavoro e l’organizzazione stessa del lavoro”.

Quali conseguenze comporta?

“L’impatto dannoso del burnout si ripercuote negativamente sull’operatore sia fisicamente che emotivamente. La persona colpita non è però certo l’unica a subire gli effetti di tale situazione. Il rapporto interpersonale con la gente perde pian piano la sua proprietà di relazione d’aiuto, si giunge a una visione disumanizzata degli utenti, prestando meno attenzione ai loro bisogni e sentimenti. Si può arrivare addirittura a detestare il contatto diretto con le persone che si assistono, ricercando l’isolamento e la solitudine.

La maleducazione, le critiche, le ostilità, gli insulti possono diventare molto frequenti andando a minare il buon rapporto con i colleghi e i superiori. Il lavoro collaborativo di èquipe viene meno. E’ evidente che a fare le spese di questa situazione sono anche le persone che condividono con l’operatore il tempo extra-lavorativo: la sua famiglia. La tensione accumulata sul lavoro viene scaricata in ambiente domestico. Liti e contrasti possono diventare molto frequenti e si diventa meno disponibili anche nei confronti proprio delle persone più care e significative della propria vita. Gli effetti deleteri del burnout dunque non scompaiono quando il soggetto termina la giornata lavorativa e torna a casa, ma spesso arrivano a danneggiare anche la vita personale. Le conseguenze di questa sindrome si riflettono quindi sugli utenti che ricevono servizi peggiori e minori, sull’istituzione che ottiene prestazioni non ottimali dai dipendenti e sui famigliari dell’operatore che subiscono tensioni e conflitti in ambito domestico”.

E’ possibile contenere l’insorgere – o le conseguenze – del burnout?

“Sicuramente è necessario divulgare informazioni in merito all’esistenza di questa sindrome così da favorire una maggiore conoscenza e promuovere una attività preventiva. Molto importanti sono inoltre la formazione, la supervisione e la discussione di casi, come anche l’attuazione di interventi mirati volti a un’adeguata pianificazione del lavoro”.

Jessica Bianchi

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