Uomini che odiano le donne

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Ci sono uomini che insultano, umiliano, minacciano, strattonano, stuprano e picchiano le loro compagne. E poi ve ne sono altri che le uccidono. Uomini incapaci di ammettere di avere un problema con la violenza. Uomini che considerano noi, le donne, come una proprietà di cui disporre a proprio piacimento. Ma la lunga scia di prevaricazioni e umiliazioni perpetrate quotidianamente tra le mura domestiche può essere fermata? La furia cieca può essere controllata? Gli uomini violenti possono cambiare?  Nata nel 2011, a Modena, Liberiamoci dalla violenza (LDV) è l’unica struttura pubblica in Italia per il trattamento socio-sanitario degli autori di maltrattamenti intrafamiliari, che si avvale di personale – tutto al maschile – formato ad hoc presso l’Alternative To Violence di Oslo, il più importante centro a livello europeo nel trattamento degli uomini autori di violenze.  La dottoressa Monica Dotti, sociologa è la responsabile del centro.

Dottoressa, perché è importante lavorare sugli uomini per cercare di frenare il fenomeno della violenza domestica?

“La priorità è sempre quella di fornire la giusta protezione e tutti i supporti di aiuto necessari per mettere in sicurezza le donne vittima di violenza. Accanto a tale azione però molti paesi, a partire dagli Stati Uniti, hanno cominciato a lavorare per promuovere una sensibilità anche maschile al problema: una cultura che, in molti luoghi, ha contribuito a far sorgere centri dedicati ai maltrattanti. Il fenomeno della violenza è estremamente sfaccettato ecco perché occorre dotare le comunità di tutti gli strumenti possibili per tentare di contenerlo. Da un lato è necessario agire sulla prevenzione a partire dalla scuola primaria, favorendo una cultura del rispetto e della parità di genere, mentre dall’altra è quantomai indispensabile poter contare su un sistema sanitario in grado di riconoscere la violenza subita qualora se ne manifestino i segni… Di fatto però, a essere responsabili di tale fenomeno sono gli uomini,  ecco perché è importante accompagnarli per favorire in loro un cambiamento profondo. La violenza si affronta nella misura in cui si cerca di contenerla da più fronti. Lavorare insieme è indispensabile per farsi carico di una problematica tanto complessa, con un’unica e comune finalità: mettere in campo delle strategie di contrasto per proteggere le donne”.

Come si sostanzia l’intervento sui maltrattanti?

“Noi lavoriamo con gli uomini – che accedono al nostro servizio in modo assolutamente volontario e nella massima riservatezza – secondo la metodologia messa a punto, con grandi risultati, dal centro norvegese Alternative To Violence. L’obiettivo è quello di aiutare i maltrattanti ad acquisire una maggiore consapevolezza di ciò che hanno perpetrato ai danni delle loro compagne. Gli uomini devono innanzitutto prendere atto delle violenze agite per poi intraprendere un cammino di cambiamento. Il percorso termina con la cessazione delle azioni violente e la messa in atto di meccanismi di recupero del danno compiuto. Molti degli uomini che si rivolgono a noi sono padri e, di conseguenza, il lavoro che facciamo è anche di sostegno alla genitorialità: di fatto un uomo violento non è mai un buon padre e quindi è necessario che comprenda appieno anche le gravi conseguenze che la violenza assistita provoca nei figli. Non abbiamo la presunzione di poter dare, da soli, risposte definitive a un fenomeno complesso come quello della violenza di genere, al contrario siamo consci che ogni risposta possa essere definita adeguata nella misura in cui si lavora in moto sinergico e connesso con le altre risorse territoriali, dai servizi sociali alle Forze dell’Ordine, dai centri antiviolenza ai Pronto Soccorso”.

C’è una sorta di identikit dell’autore di violenza?

“Il fenomeno è assolutamente trasversale ma se proprio vogliamo tracciare una sorta di identikit, seppure grossolano, possiamo affermare che la maggior parte degli uomini che si reca all’Ldv è in possesso di un titolo di scuola media superiore e ha un’età che varia dai 24 ai 61 anni. La maggioranza è coniugata e circa il 90% dei nostri utenti ha figli”.

Casa li spinge a ricercare aiuto?

“Molti di loro vengono perché hanno paura di perdere la propria compagna e quindi sono animati dal desiderio di dimostrarle che stanno cercando di fare qualcosa. Il trattamento – della durata di circa un anno nel percorso invidiale e di otto mesi in quello di gruppo – implica dapprima tre colloqui di valutazione iniziale con uno psicologo per comprendere se l’uomo presenta le caratteristiche necessarie per la presa in carico. Sono esclusi uomini con problematiche di disagio psichiatrico (ciò non sarebbe infatti compatibile con un trattamento che richiede una profonda acquisizione di consapevolezza di realtà) e, ancora, non vengono ammessi uomini che hanno problemi di abuso di alcol o sostanze stupefacenti (dipendenze che devono risolversi prima di essere presi in carico da Ldv) o stranieri che non parlano per nulla la nostra lingua (non essendovi lo spazio per l’affiancamento di un mediatore culturale). Al termine del percorso vi sono poi tre momenti di incontro (a sei mesi, un anno e due anni) per verificare l’effettiva e costante cessazione dell’agito violento o se, al contrario, vi siano state delle recidive. Ogni uomo firma anche un consenso per autorizzarci a prendere contatto con la sua partner: a ciascuna donna viene comunicato che il marito ha iniziato il trattamento, viene informata circa tutti i servizi di tutela e protezione a cui può rivolgersi e, infine, le viene assicurato che sarà avvertita qualora fossero ravvisati dei rischi ulteriori per lei e i suoi bambini. La partner viene poi ricontattata durante i momenti di follow up finali per verificare che le violenze del coniuge siano davvero cessate”.

Quanti sono gli uomini in carico al servizio?

“Al momento sono una quarantina. Gli uomini presi in carico in questi anni sono stati tra i 160 e i 170”.

Si può “guarire” o imparare a tenere sotto controllo la violenza?

“La violenza, pur avendo delle ricadute sanitarie pubbliche pesantissime (basti pensare alle gravi conseguenze fisiche e psicologiche sulla salute delle donne) non è di per sé  un problema sanitario. La violenza non è una malattia e gli uomini violenti non sono malati; sono piuttosto uomini che considerano le donne una loro proprietà e che non accettano l’idea di essere lasciati. Si usa violenza su una donna per esercitare un controllo, poiché convinti, impropriamente, di essere legittimati a farlo”.

Sono già quattro i femminicidi registrati in Emilia Romagna nel 2016. Intravede il pericolo di un effetto Werther?

“Difficile a dirsi… so però che questi numeri devono indurre tutti coloro che sono impegnati a contrastare tali atti violenti a una profonda riflessione per strutturare le proprie azioni al meglio e in modo condiviso al fine di aumentare i livelli di attenzione. Ogniqualvolta una donna denuncia una situazione di rischio potenziale, di disagio o di pericolo deve sempre essere presa sul serio. Mai sottovalutare una situazione caratterizzata da indicatori di rischio”. Gli uomini che desiderano avere maggiori informazioni possono rivolgersi al centro, contattando il numero 366.5711079, dal lunedì al venerdì, dalle 13 alle 15, o inviando una mail all’indirizzo ldv@ausl.mo.it.

Jessica Bianchi

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