Cosa siamo disposti a fare per sconfiggere il terrorismo?

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“Abbiamo bisogno di sognatori. Di visionari. Io, probabilmente a causa delle cose che ho visto, non coltivo più grandi sogni. Non credo nelle terapie d’urto, mi accontento di qualche cerotto e un’aspirina. Siamo circondati di espressioni retoriche che non sortiscono alcun effetto. Ponti, muri… concetti che vanno bene quando hai diciotto anni… ma la realtà è un’altra”. Non fa sconti il giornalista e inviato di guerra Toni Capuozzo, ospite della rassegna carpigiana Ne Vale La Pena, lo scorso 7 aprile, di fronte a un Auditorium Loria gremito. Un occhio disincantato il suo, spalancato sull’attualità. “In questo Paese malato di politica – commenta – io non nutro per essa alcuna passione né, tantomeno, stima”. Capuozzo ama attribuire il giusto nome alle cose: “la politica è l’arte del possibile” non può riempirsi la bocca di retorica e buonismo. “I sogni, compresi quelli del Papa, finiscono all’alba. E’ vero – ammette – occorre qualcuno che ci ricordi chi è il nostro prossimo, ma spalancare le porte del nostro Paese all’immigrazione a chi giova? Gli immigrati non sono profughi. Non facciamo confusione. Un pachistano non può chiedere asilo politico, non fugge da alcuna guerra. Un siriano sì. Non possiamo ospitare tutti coloro che fuggono semplicemente da regimi autoritari: dove li metteremo? E dove potremmo mai occuparli dal momento che nel nostro Paese le fabbriche chiudono per non riaprire?”. E mentre una politica incapace si gira dall’altra parte, “chi è che ci guadagna?” chiede provocatoriamente Capuozzo? “Le continue stragi nel canale di Sicilia, i centri di accoglienza… chi si arricchisce con questi viaggi della speranza? Stabiliamo piuttosto quanti immigrati siamo in grado di accogliere dignitosamente ogni anno e fissiamo un numero massimo di visti da concedere… smettiamola con questa ipocrisia imperante. E’ comodo dire: creiamo ponti, evviva l’accoglienza… la realtà è che questo è un paese di fessi”. Intervistato dal giornalista Pierluigi Senatore, Capuozzo, con grande lucidità e ironia, ha poi affrontato il complesso tema del terrorismo internazionale, cercando di analizzarne la matrice, indagandone gli obiettivi. Un volto oscuro, quello del terrorismo, che obbliga ciascuno di noi a una riflessione onesta non solo sugli errori dell’Occidente, bensì sul riconoscimento di questo nemico comune.
L’11 settembre, Londra, Madrid, Parigi, Bruxelles… l’Occidente è sotto scacco. “Viviamo in uno stato di guerra. Una guerra sporca, incerta, che non ha una data di inizio e, probabilmente, non avrà una fine. Tutti noi ci sentiamo sotto attacco e la domanda che ci poniamo non è se, bensì, dove i terroristi colpiranno la prossima volta? Siamo cresciuti considerando l’Occidente come il principio e la fine di tutto. Di fronte al terrorismo odierno siamo quindi spinti a ricercare solo le nostre colpe. I nostri errori. Dove abbiamo sbagliato? Quali sono le nostre responsabilità?”. Capuozzo invita a ribaltare completamente l’ottica: “di fronte a uno stupro spesso ci si interroga sulle responsabilità della vittima. Era discinta? Camminava sola di notte? Era provocante? Un atteggiamento privo di senso. Il focus dev’essere altresì puntato sull’aggressore di questo crimine tanto esecrabile”. Col terrorismo è lo stesso: “occorre riconoscere l’importanza della responsabilità del singolo. L’Occidente ha fatto una valanga di misfatti ma limitarsi a questo significa non comprendere cosa si cela dietro al fenomeno terroristico… I nostri principi non sono i migliori, esportare la democrazia è del tutto insensato… chiediamoci piuttosto: cosa accade nella mente e nel cuore del nostro nemico? Questi uomini che si fanno saltare in aria uccidendo l’uomo comune, quello qualunque, il più inerme, e non i potenti, i capi di stato, non sono comparse, bensì protagonisti. Riconosciamoli, non sottovalutiamone le motivazioni”. Capuozzo riconosce un “processo di involuzione dell’Islam”. Un “fondamentalismo evidente e crescente che si innesta su una religione dal profondo carattere impositivo”. Quella cristiana, ribadisce il giornalista, “è una religione che ti tratta da adulto, lasciandoti libero anche di sbagliare. Nell’Islam, al contrario, prevale l’idea di un dio onnipotente più che misericordioso. La regola non tormenta: esiste solo quella”. Ma come ci si può difendere dal radicalismo religioso? Dal terrorismo? Cosa siamo disposti a fare pur di fermare queste stragi di innocenti?  “Una domanda su tutte ci tormenta oggi: se veniamo attaccati per la nostra libertà, è giusto che per combattere il terrorismo contraddiciamo i nostri stessi diritti? L’America ha semplificato la questione, smentendo se stessa e creando Guantanamo, un limbo nel quale ogni diritto è sospeso e la tortura praticata. Esistono dei principi in una democrazia che possono essere lesi? Fino a che punto possiamo spingerci? La tortura è legittima qualora potesse contribuire a far sventare un attentato? Possiamo smentire ciò che siamo per sconfiggere il nemico o il rischio è quello di diventare simile a lui? Questo è il grande dilemma del nostro tempo. E’ difficile restare uguali a se stessi in tempo di guerra. Ormai siamo stati privati dell’innocenza, della leggerezza e della spensieratezza che ci connotava in tempo di pace. E allora fin dove ci spingeremo ora che le nostre certezze sono state messi in dubbio?”. Il ritornello di molti islamici è “i terroristi non sono figli del Libro… lo Stato Islamico è stato creato da America e Israele. La loro incapacità di riconoscere che un compagno di fede possa sbagliare dovrebbe ricordare a tutti noi la difficoltà con la quale riuscimmo a leggere il fenomeno delle Brigate Rosse. Solo dopo anni di negazione, le riconoscemmo come schegge impazzite, deviate e folli della Sinistra”. Ma perché l’Italia è stata sinora risparmiata? “Chissà…  – ironizza Capuozzo – forse perché le forze di polizia e l’intelligence del nostro Paese hanno alle spalle esperienze di lotta al terrorismo nero e rosso e, di conseguenza, sono meno sguarnite rispetto a quelle belghe ad esempio. O, forse, perché l’Italia è perlopiù un terreno di transito per i migranti… o, ancora, perché le organizzazioni di stampo mafioso costituiscono un deterrente. O, e questa è certamente l’ipotesi più inquietante, perché il nostro Paese, terra di misteri e stragi non risolti e impuniti, funge da retrovia per il fenomeno terroristico?”.
Jessica Bianchi

 

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