“I profughi rappresentano un comodo capro espiatorio”

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Il clima è a dir poco avvelenato. Gli italiani, impoveriti e incattiviti da una crisi economica che non molla, guardano all’immigrato come a una minaccia. Un rischio. Sempre più inclini a giustificare respingimenti, attuare misure militari contro l’immigrazione illegale o a trattenere e identificare i migranti nei paesi di partenza, hanno dimenticato accoglienza e ospitalità. Per un’analisi puntuale e profonda venerdì 4 marzo, alle 20.45, nella cornice dell’Auditorium San Rocco, si terrà il convegno dal tema: Dall’accoglienza all’integrazione: esperienze e prospettive. Promosso dalla Fondazione Casa del Volontariato. L’incontro intende proporre un’occasione di confronto e riflessione sul ruolo che il Terzo Settore può e deve giocare nella costruzione di una società coesa e inclusiva, confrontandosi imprescindibilmente con il tema delle migrazioni. Ospite della serata sarà il professor Maurizio Ambrosini, docente di Sociologia delle migrazioni presso la Facoltà di Scienze politiche, economiche e sociali dell’Università di Milano, autore di numerose pubblicazioni.
Professore, per numero di vittime, la rotta mediterranea viene considerata la più pericolosa del mondo. Cosa spinge i migranti a partire?
“Occorre fare una distinzione: gli immigrati in Italia ammontano a circa 5 milioni e sono stazionari; al contrario, coloro che rischiano la vita in mare sulla rotta mediterranea sono richiedenti asilo, ovvero persone  che fuggono da guerre, persecuzioni, scontri etnici…  nel panorama mondiale dell’asilo, il focolaio certamente più drammatico è costituto dalla Siria. Il mondo è turbolento, l’agenzia dell’Onu che si occupa di rifugiati parla di oltre 18 conflitti in corso, molti dei quali in Africa: guerre che producono milioni di persone in fuga”.
Più volte viene evocato lo spettro di infiltrazioni di terroristi tra i migranti sugli scafi. E’ un’ipotesi credibile?
“Non si può escludere ma, sinora, i terroristi identificati sono nati, cresciuti e socializzati in Europa, laddove hanno poi colpito. Qualcuno è passato attraverso la Siria, in campi di addestramento dell’Isis, per poi rientrare in Europa ma,
gli esperti dicono che queste sono perlopiù operazioni di depistaggio, per gettare discredito addosso ai profughi.  Persone che perlopiù scappano e che, spesso, sono le prime vittime del terrorismo”.
Esiste un modo per limitare i rischi di devianza negli immigrati?
“Uno è quello di favorire i ricongiungimenti: numerose statistiche, perlopiù americane, indicano infatti come si registri un vero e proprio crollo dei tassi di devianza quando questi giovani maschi soli mettono su famiglia. Un altro fattore positivo è la legalizzazione: quando gli immigrati vengono regolarizzati si assiste a un calo sostanziale dei tassi di devianza. Finalmente possono accedere a forme normali di lavoro, ai servizi sociali, al mercato abitativo… si sentono più tutelati e denunciano qualora siano vittima di reati. Un terzo elemento positivo è costituito dalla pratica religiosa: in tutte le culture, le persone che aderiscono attivamente a una fede sono più resistenti nei confronti della devianza. Ogni professione di fede infatti attiva circuiti di socialità e protezione, costruisce legami significativi in grado di abbattere comportamenti antisociali”.
Ha più volte ripetuto che la ricchezza lava più bianco, cosa significa?
“Siamo soliti chiamare extracomunitari solo alcuni degli stranieri che vivono in Italia. Uomini d’affari americani, giapponesi o svizzeri… provenienti insomma da Paesi ricchi non vengono mai etichettati come tali. Non chiamiamo immigrati nemmeno gli artisti o i calciatori che vengono da altre parti del mondo.  Per questo la ricchezza sbianca, nel senso che toglie quelle caratteristiche negative normalmente associate all’immigrato. L’immigrato, di fatto, per noi è lo straniero povero: quando uno non è percepito più come tale, ma come ricco e famoso, allora sale di rango e non è più un immigrato e a volte nemmeno più uno straniero. E’ evidente quanto il termine  immigrato nel nostro linguaggio comune abbia una valenza spregiativa: indica bisogno, minaccia e, di fatto, una certa inferiorità”.
Cosa ci spaventa di più dell’immigrato?
“Ricordiamo che i migranti rappresentano il 3% della popolazione mondiale, mentre il restante 97% è sedentario.
I migranti costituiscono quindi una forma di devianza rispetto alla norma sociale all’insegna della stabilità. La sedentarietà è una norma a cui siamo abituati da millenni: chi fuoriesce da tale regola sociale desta interrogativi, inquietudine. I migranti appaiono minacciosi, non li capiamo quando parlano tra loro… questo suscita diffidenza”.
Nonostante da anni arrivino donne, uomini, bambini sulle coste italiane ed europee si continua a parlare di emergenza. Qual è il problema reale?
“In realtà chi sbarca rappresenta una piccola quota sul totale degli immigrati: i richiedenti asilo ammontano ogni anno a circa 170mila. Parlare ogni volta di emergenza (prevedibile) è ridicolo: queste persone giungono qui a causa di fenomeni che affondano le loro radici nella grande inquietudine e instabilità di molte regioni del terzo mondo. Il problema dovrebbe perciò essere gestito promuovendo la pace e aiutando i paesi confinanti, quelli che accolgono il più alto numero di profughi. Ricordiamo infatti che solo il 10% dei richiedenti asilo giunge in Europa: i numeri sono ora aumentati perché mancano i finanziamenti per i campi e le strutture di accoglienza in Libano, Giordania e Turchia. Ciò ha spinto sempre più persone a partire”.
Ha senso in un mondo globalizzato ridiscutere le regole su frontiere e libertà di circolazione?
“E’ una soluzione apparente, serve a tenere a bada gli elettorati. La vera strategia sarebbe quella di aiutare i profughi a passare e ad andare oltre”.
La strumentalizzazione politica è evidente. Frange xenofobe che parlano alla pancia della gente stanno in parte riconquistando l’Europa. Qual è l’antidoto?
“Le paure della gente vanno prese sul serio: le persone sono spaventate da cambiamenti epocali che hanno a che fare con l’insicurezza rispetto al lavoro, al futuro, al benessere dei loro figli, allo stato sociale, alla globalizzazione…
Il problema è che, sollecitate politicamente, le persone stanno incolpando gli ultimi arrivati, i più deboli, senza riuscire a mettere a fuoco le vere cause di questi fenomeni. Se manca il lavoro, non è colpa dei rifugiati. Se la protezione sociale si indebolisce, se la pensione si allontana, non è colpa loro. Il Governo non ha tagliato le politiche sociali in favore dei disoccupati per garantire maggiori risorse ai richiedenti asilo. I profughi però rappresentano un comodo capro espiatorio”.
A suo parere come dovrebbe essere gestito, politicamente parlando, il fenomeno dei richiedenti asilo?
“Per quanto riguarda i migranti prevedendo canali di ingresso sensati, con quote, introducendo e rafforzando l’istituto dello sponsor. L’asilo poi dovrebbe essere europeizzato affinché si possa attingere dal bilancio della Comunità Europea: i paesi che accolgono devono essere aiutati, sostenuti e spesati per far fronte ai costi dell’accoglienza. Il meccanismo dovrebbe prevedere la libertà di scegliere dove chiedere asilo. Anche chi giunge sulle nostre coste sa che il Nord Europa offre maggiori opportunità rispetto alla Grecia…”.
E’ più facile cedere al pregiudizio o costruire integrazione?
“Se parliamo di immigrazione in generale, come un fantasma astratto, allora a prevalere è il pregiudizio ma se  parliamo di persone con un volto e un nome, allora il pregiudizio si sgonfia e prevale l’accettazione, la disponibilità al sostegno. Occorre fare di più per favorire incontro e conoscenza diretta”.
Quali sfide ci attendono nel prossimo futuro?
“Certamente la sfida più grande è quella di riuscire a gestire questi problemi epocali andando oltre  i nostri angusti confini nazionali. Cercare di rispondere alle grandi questioni internazionali chiusi negli egoismi e nei confini del proprio stato sovrano produce soltanto guai: sposta i richiedenti asilo verso il vicino, erige muri che non contengono nulla. Occorre costruire una nuova mentalità e nuove istituzioni, altrimenti non ce la faremo”.
Jessica Bianchi

 

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